Cgil Varese Informa – Anno I – Numero 8

Un altro morto sul lavoro, prevenzione e sicurezza la vera sfida

Ennesima tragedia nel mondo del lavoro.  Questa settimana in solo due giorni ci sono stati 2 lavoratori che hanno perso la vita in Lombardia, una situazione non più sostenibile per il mondo del lavoro. Nel 2021 è difficile accettare tutto questo; uscire al mattino per recarsi a fare il proprio dovere e non rientrare la sera dalla famiglia.  Le condizioni di lavoro e la qualità dovrebbero essere le condizioni che determinano i livelli di garanzia, di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro con l’obiettivo di eliminare gli infortuni in genere.

La prevenzione e la cultura della sicurezza restano l’unica strada percorribile per evitare queste tragedie. Come? Attraverso la formazione e la partecipazione di tutti all’interno dei luoghi di lavoro, a prescindere dal ruolo che si ha.

La formazione, che consideriamo fondamentale nell’organizzazione del lavoro, è da far capire alle aziende: le aziende devono capire che spendere in formazione non è un costo ma un grosso investimento e quindi non una sconfitta ma la possibilità di poter lavorare senza o quasi rischi per la propria salute e quella degli altri.

Quando parliamo di cultura della sicurezza si intende all’insieme dei processi organizzativi aziendali, delle norme scritte e non, del percepire e di rappresentare i rischi nelle aziende; solo nel momento in cui si trova un’azienda  che sia disponibile ad approccio più ampio e condiviso verso il significato comune del lavorare in sicurezza tenendo conto della produttività e contemporaneamente del benessere delle persone, investendo nell’ottimizzazione delle modalità gestionali, sui modi di responsabilità e sulla relazione tra lavoratori può evitare danni o perdite raggiungendo i propri obiettivi in sicurezza.

Mi sento di dire che promuovere la salute e la sicurezza negli ambienti di lavoro significa attivare misure adeguate e azioni positive che permettano al lavoratore e alla lavoratrice di acquisire comportamenti sani e sicuri in tutti gli ambienti di lavoro.

 Roberta Tolomeo, Dipartimento Sicurezza Cgil Varese

 


Vaccinazioni anti-covid, una corsa contro il tempo

Gli hub vaccinali in provincia di Varese sembrano funzionare a pieno regime. Le difficoltà organizzative dei primi giorni sono diminuite man mano anche se restano ancora alcune evidenti criticità. Tra quelle più frequenti ci vengono segnalate la lontananza del punto vaccinale indicato dal sistema di prenotazione rispetto all’abitazione, e ancora qualche coda di troppo frutto forse dell’accelerata sull’intero territorio nazionale per arrivare alle tanto attese 500mila dosi. E’ una corsa contro il tempo, bisogna vaccinare il più alto numero di persone prima che si presenti la quarta ondata. Purtroppo da più parti ci dicono che è già prevista la quarta ondata (giugno? luglio?). I medici e gli infermieri negli ospedali sono davvero allo stremo. Da un anno e mezzo la normale cadenza dei riposi e delle ferie – fondamentali per il recupero psicofisico in un mestiere tanto delicato – è  completamente saltata. In questi mesi di emergenza covid sono stati troppi gli interventi rimandati anche di una certa urgenza.

Fin dall’inizio di questa brutta storia i cittadini lombardi hanno pagato e stanno ancora pagando un prezzo altissimo, il più alto in Italia e in Europa in termini di contagi, di ricoveri e purtroppo di morti. Soprattutto fra la popolazione più anziana.

Sono gravi le responsabilità della Giunta Fontana, per quanto riguardo la gestione della pandemia, e delle giunte regionali che negli ultimi vent’anni hanno tagliato la sanità pubblica in favore di quella privata, concentrato negli ospedali le attività di cura e prevenzione che invece devono rimanere più vicini ai cittadini in una sanità di prossimità organizzata territorialmente. E’ dovere di tutti non dimenticare quanto è successo.  In Lombardia abbiamo visto che il numero del personale sanitario negli ospedali è insufficiente, lavoratrici e lavoratori del pulimento, delle manutenzioni, del servizio pasti esposti al contagio e senza DPI; fino agli anziani gravemente a rischio nelle RSA e  la difficoltà per i cittadini di fare il tampone, o soprattutto all’inizio, di recuperare le mascherine.

Non dobbiamo dimenticare e dobbiamo attivarci affinché riusciamo ad ottenere quei correttivi indispensabili per mantenere l’universalità del SSN e l’adeguatezza organizzativa per far fronte a nuove possibili situazioni emergenziali in futuro. Ci auguriamo di no, ma è bene essere pronti.

Al cuore di questa tragedia che ha coinvolto tutto il pianeta, il fatto che il capitale, gli interessi, le produzioni, per alcuni vengono prima della salute, ancora adesso! Posizione che siamo riusciti a riequilibrare con i protocolli sulla sicurezza, gli ammortizzatori sociali e il blocco dei licenziamenti. Una posizione sempre presente, mai superata, rappresentata da chi in politica insiste sempre e comunque sulle aperture.  Che fine ha fatto il tanto sbandierato protocollo tra Regione Lombardia, Confindustria e Confapi? Di per sé fino ad ora non ha prodotto i risultati sperati dai firmatari. Infatti, le condizioni per poter procedere alla vaccinazione nei luoghi di lavoro sono state meglio definite ed integrate nel piano nazionale attraverso un accordo tra il Ministero della Salute, del Lavoro, le associazioni d’impresa e CGIL CISL e UIL, ancora una volta escluse dalla Regione Lombardia.

Ad oggi ci risulta che grazie alla celere distribuzione dei vaccini negli hub, e alla sicurezza necessaria a tale operazione, molte aziende hanno ritirato la loro disponibilità data inizialmente.

Per recuperare i gravissimi effetti della pandemia sulla salute, sulle condizioni di lavoro, sull’aumento della disoccupazione, sull’economia sono necessari interventi urgenti con investimenti mirati.  La definizione e l’invio all’Europa del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza apre una nuova fase, quella di declinare sul territorio, in modo più efficace possibile, gli obiettivi presentati nel documento nazionale. Gli investimenti in sanità, nella rivoluzione verde, nel digitale, potranno aprire a nuove e positive occasioni, se fortemente condizionati all’aumento dell’occupazione, soprattutto femminile e giovanile.

Da un anno e mezzo circa è aumentato enormemente il numero delle persone che ha perso il lavoro precario o in nero, scoraggiate, non cercano più una nuova occupazione, fra questi la maggioranza sono donne e giovani.   Un dato che sottolinea tutta la gravità della fase che stiamo attraversando. Questo per noi è punto di partenza sul quale vogliamo misurarci a tutti i livelli, anche con le istituzioni locali. Gli investimenti dovranno prevedere un forte orientamento verso il lavoro di qualità, nel rispetto e nell’applicazione delle norme sul lavoro che definiscono diritti, tutele e condizioni salariali a partire dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro.

Stefania Filetti – Segretario Generale Cgil Varese

 


FOCUS SU MALPENSA

Malpensa, una crisi che dobbiamo superare. Intervista a Luigi Liguori (Filt Cgil)

Quale la situazione attuale di Malpensa?

La situazione generale è grave, con dati che parlano chiaro, a partire dal traffico passeggeri, rispetto, al primo trimestre 2020, che ha subìto un crollo dell’80%.  Se poi guardiamo al settore nel suo complesso, il governo non ha ancora deciso quale debba essere il ruolo e il peso del traffico aereo, in particolare non ha stabilito se si tratta di un asset strategico del Paese. Se così non fosse, questo impasse porterà a migliaia di licenziamenti. Una situazione, quella italiana, che non ha eguali in altri Paesi europei: il Ministro francese, mettendo sul piatto, per Air France, 4 miliardi, ha dichiarato di ritenere questo settore, a differenza del governo italiano, un decisivo asset strategico.

Dunque attendete un rilancio che ancora non appare all’orizzonte?

E’ questo il punto. Senza un vettore nazionale di riferimento, che per noi è Alitalia, il settore non si può sviluppare in maniera adeguata. In altri Paesi (dalla Francia alla Germania, dalla Spagna alla Gran Bretagna), la compagnia nazionale di riferimento è quella che garantisce le condizioni minime per il traffico aereo, non escludendo di svolgere ruoli che spetterebbero allo Stato. Eppure, dobbiamo registrare ritardi deleteri sulla rinascita della nostra compagnia nazionale. Certo, non è semplice, per gli intrecci con la Commissione Europea. O riusciamo a fare capire all’Europa che vogliamo fare qualcosa di serio, oppure il destino è segnato. Ma la scelta strategica deve arrivare dal governo.

Quali sono i punti salienti della crisi che ha investito Malpensa?

Da una parte i rischi collegati ad un’azienda come Alitalia sia messa in liquidazione. Dall’altra, c’è la difficile situazione di Air Italy. Da quando, nel febbraio 2020, i soci del Consiglio d’Amministrazione decisero di mettere in liquidazione Air Italy, subito prima dell’arrivo della pandemia. Gli strumenti messi in campo non si sono dimostrati adeguati: i dieci mesi di cassa integrazione non sono stati sufficienti a traghettare i lavoratori della compagnia in un contesto post-covid. La possibilità di ricollocare le persone è legata a politiche industriali: o investitori rilevano gli asset aziendali, oppure si fa riferimento alla compagnia nazionale di riferimento. Ma se, come si legge sulla stampa, al momento si parla di un parco Alitalia composto da 45 aerei, un grave errore, che porterà inevitabilmente alla cessione della compagnia al miglior offerente. Teniamo presente che, da questo punto di vista, il governo ha cambiato orientamento: nel decreto Rilancio si parlava di 3 miliardi di investimenti.

C’è un’emergenza in questo momento?

C’è un’emergenza che si chiama Air Italy e per questi lavoratori sarebbe necessaria prosecuzione della cassa integrazione: se ciò non avvenisse tutti questi lavoratori, al 1° luglio, sarebbero licenziati. Abbiamo in programma un incontro in Regione Lombardia con l’assessore Rizzoli. Le organizzazioni sindacali chiederanno una proroga della cassa aziendale, con tutta una serie di strumenti che, in parte, come nel caso della formazione, potrebbero essere coperti dal Pirellone.

Andrea Giacometti – Responsabile Ufficio Stampa Cgil Varese

 


crisi colpisce duro i lavoratori dell’indotto, alberghi e turismo

 

L’aeroporto varesino si caratterizza per essere un vero e proprio microcosmo, dove si concentrano realtà aziendali, lavorative e professionali diversissime. Una fotografia sui lavoratori del terziario non è facile: sul sedime di Malpensa gravitano – approssimativamente – circa 15.000 dipendenti; di questi quelli che sono riconducibili al terziario sono circa 1/3, ovvero tra le 4.000 e 5.000 unità. Stiamo parlando di un indotto che ricomprende diverse attività dalla ristorazione, al commercio, al settore alberghiero, alla vigilanza, alle agenzie di viaggi, fino ai parcheggi ed autonoleggi e la cui composizione registra una forte presenza di occupazione femminile e giovanile.

Da marzo dello scorso anno ad oggi, per effetto della pandemia, abbiamo assistito alla chiusura al pubblico del Terminal 2 (circa 5.000 addetti) e al ridimensionamento del Terminal 1, con la chiusura di alcuni satelliti, e che oggi lavora a neanche il 20% delle sue capacità. Le conseguenze immediate sono state particolarmente pesanti per alcuni comparti, in particolare per la filiera del turismo e delle attività ricettive. La risposta delle aziende è stata quella di ridurre drasticamente le ore lavorate, con il ricorso massiccio – tenuto conto del blocco dei licenziamenti – agli ammortizzatori sociali (Cassa integrazione in deroga e Fondo d’integrazione salariale).

L’impatto sui lavoratori è stato devastante. Da un punto di vista della continuità del reddito, in quanto l’ammortizzatore sociale ammonta, in realtà, intorno a circa il 60% della retribuzione reale; ma anche da un punto di vista psicologico, con la percezione di un degrado occupazionale, la paura di perdere il lavoro e il timore di non tenere sotto controllo il bilancio familiare.

Il ritorno alla normalità di Malpensa nell’immediato post pandemia – e qui sarà determinante il ruolo del gestore aeroportuale e del livello di responsabilità che saprà assumere – rischia di passare attraverso un pesante ridimensionamento occupazionale, in particolare di quella femminile. E tale scenario è quello che maggiormente preoccupa le organizzazioni sindacali.

Livio Muratore – Segretario Generale Filcams Cgil Varese

 


Malpensa  in…somministrazione

Malpensa è un bacino territoriale che ricomprende realtà lavorative assai diverse tra loro  e dove È possibile esercitarsi per un’analisi sulle varie tipologie contrattuali messe in campo: rapporti di lavoro subordinato a tempo pieno e a tempo parziale, co.co.co., partite iva, rapporti di somministrazione a termine ed in staff leasing, a tempo parziale orizzontale e verticale.

Purtroppo si evidenziano grandi contrapposizioni legate all’andamento economico e produttivo assai diverso nei vari settori. In particolare NIDIL  è stata coinvolta e sta agendo a tutela dei rapporti di somministrazione presenti (oltre  300 i contratti operanti nell’area aeroportuale) ed ha riscontrato quanto segue:

a) nel mondo della logistica trasporto merci e spedizione si registra  un trend altamente positivo che oltre a portare produttività alle aziende di settore produce ricadute occupazionali rilevanti. Assistiamo ad assunzioni con  cadenza periodica di personale con rapporto di somministrazione, a un turn over  continuo causa internalizzazione presso le aziende utilizzatrice  e, di conseguenza,  a nuove acquisizioni di personale somministrato. La scelta del contratto di somministrazione trova in questo ambito piena attuazione: contratto a termine senza vincoli giuridici ma percorso obbligato messo in uso dall’azienda utilizzatrice per testare il personale da assumere ampliando di fatto il periodo di prova previsto da ccnl di applicazione.

b) nel mondo del trasporto aeroportuale il panorama è completamente diverso: per quanto riguarda l’andamento produttivo il personale è soggetto a trattamento integrativo salariale di settore con qualche interruzione sporadica di giornata lavorativa. Sotto l’aspetto relazionale e di serenità nel clima lavorativo rileviamo ricadute estremamente negative: il mercato del lavoro è totalmente paralizzato, nessuna assunzione ma  neanche risoluzione delle missioni non ancora scadute,  tra colleghi è in atto una sorta di “competizione” nella quale si contano i turni di lavoro assegnati,  sostenere le spese di affitto risulta assai difficoltoso  tanto da indurre gli interessati a disdire i contratti e sobbarcarsi spese e dispendio di energie fisiche ed economiche nel caso di chiamata in servizio per raggiungere il luogo di lavoro con il paradosso che sono inferiori le ore di lavoro rispetto a quelle dedicate al tragitto casa – lavoro. A ciò si aggiunge un generale e crescente sentimento di solitudine ed una forte preoccupazione per il proprio futuro in capo a personale specializzato in mansioni specifiche dell’ambito aeroportuale che al momento hanno grosse difficoltà a trovare altra collocazione lavorativa.

Nei settori più colpiti dalla crisi economica che stiamo vivendo i contratti di somministrazione a termine cessano a scadenza naturale, senza possibilità di proroga e/o rinnovi e  per i contratti a tempo indeterminato si moltiplica il numero di attivazioni della procedura ex art. 25 ccnl (mancanza di occasioni di lavoro) ovvero quelle “procedure di mobilità” che permettono di tenere aperto il rapporto di lavoro in caso di cessazione di missione a fronte dell’erogazione di una  indennità in assenza di copertura contributiva e di maturazione di istituti contrattuali; il quantum dell’indennità è inferiore alle somme percepite con l’apertura della NASPI facendo sì che uno strumento previsto dal contratto nazionale volto a dare sostegno economico a somministrati/e in assenza di missione con la pandemia in corso e la difficoltà a trovare ricollocazioni lavorative  è vissuto come un vincolo sgradito che non permette alle aziende di procedere al licenziamento ( anche per il blocco dei licenziamenti in atto) e non permette a lavoratori/trici di richiedere la NASPI.

Marzia Pulvirenti – Segretario Generale Nidil Cgil Varese

 

 


LA RIPARTENZA

Il nostro impegno al fianco dei lavoratori dello spettacolo

La drammatica situazione generata del Covid 19 sta costringendo il mondo della cultura ad una interruzione forzata e dolorosa di tutte le attività da oltre un anno.

Era infatti il 23 febbraio 2020 quando, per effetto del primissimo decreto del governo, è stata decisa la chiusura di cinema, tetri, musei e tutti i luoghi della cultura, rei, secondo la visione della politica, di alimentare il contagio attraverso gli assembramenti che si sarebbero generati.

Così il 23 febbraio è diventata una data simbolo e ad un anno di distanza dalle chiusure, gli artisti di tutta Italia hanno deciso di sensibilizzare l’opinione pubblica nel modo migliore che conoscessero: esprime pacificamente attraverso le proprie forme d’arte il loro desiderio di tornare ad allietare il pubblico attraverso la cultura.

Il Sindacato, anche in questa circostanza ha fatto sentire la propria presenza, mobilitandosi assieme alle lavoratrici ed ai lavoratori dello spettacolo per rivendicare il diritto a tornare ad esprimersi dal vivo.

Questa premessa, doverosa, per sottolineare come anche a Varese si sia dato il nostro piccolo contributo ad una campagna che riteniamo significativa ed importante, malgrado qualcuno, in passato, abbia sostenuto che «con la cultura non si mangia».

È questa l’occasione, a nome della SLC, di ringraziare gli attori, i registi ed i musicisti che si sono prestati con professionalità e qualità interpretativa pregevole, a registrare brevi video nei quali in pochi istanti sono stati capaci di fare emergere il disagio e, nel contempo, l’esigenza da parte di tutti di non privarci di un aspetto così importante della nostra vita.

Sostenere che con la cultura non si mangia è stata certamente un’affermazione non solo avventata, ma anche concettualmente sbagliata.

Infatti, se si è portati a pensare allo spettacolo come all’esibizione di artisti più o meno affermati, noti e famosi (per qualcuno dei privilegiati), si dimentica come dietro le quinte operi un universo di professionisti che, per le mansioni svolte: oscure e preziosissime non assurgeranno mai alla notorietà, ma che meritano il giusto riconoscimento in termini di garanzie occupazionali. L’allestimento e la rappresentazione al pubblico di uno spettacolo, la produzione di un film, la gestione di un museo e ogni altra forma di cultura esistono solo ed esclusivamente per il lavoro di una quantità inimmaginabile di persone capaci di professionalità sovente misconosciute; insomma l’opera di tante donne e tanti uomini che quotidianamente e nell’ombra, permettono la realizzazione di produzioni più o meno imponenti.

È al fianco di queste lavoratrici e di questi lavoratori che è doverosa la presenza e l’impegno del sindacato. L’impegno profuso per la riapertura dei siti destinati allo spettacolo dal vivo deve considerarsi un obbiettivo dalle molteplici ed importanti ripercussioni collettive.

La sicurezza e la salute, è innegabile, non possono essere trascurate, ne messe in secondo piano nella consapevolezza della pesantezza della situazione pandemica; tuttavia il ritorno alla normalità deve entrare nelle priorità del nuovo esecutivo. Confortanti in questo senso le parole di Draghi – e la sua apertura – durante il discorso per la fiducia in Senato.

Al netto delle affermazioni teoriche si devono pretendere dal governo atti politici coerenti a partire da investimenti strutturali per la cultura. Ancora oggi tutto il settore convive con l’incertezza di una ripresa delle attività, avvenuta con estrema cautela e significative limitazioni lo scorso 26 aprile. Si tratta al momento di un percorso dipendente da troppe variabili, prima tra tutte una campagna vaccinale che stenta a diventare massiva.

in questa fase di profonda emergenza diventa centrale immaginare forme di sostegno capaci di mettere il settore in sicurezza attraverso un sistema di protezione sociale che preveda una congrua rete di ammortizzatori sociali. Il 22 marzo scorso è stato deliberata un’ulteriore forma di sostegno al quale tuttavia possiamo dare solo un valore palliativo.

il settore dello spettacolo sconta, nell’immaginario collettivo, lo status di settore ludico, questo genera da sempre condizioni di precarietà ed instabilità al cospetto delle quali è necessario intervenire con una riforma normativa a cui segua un’iniziativa contrattuale capace di attribuire dignità professionale attraverso il riconoscimento di diritti quali forme previdenziali ed assistenziali certe.

Consapevole che quella citata sia la strada corretta da percorrere, la SLC Cgil – specificamente al settore di cui trattiamo – sta lavorando per offrire risposte sempre più affidabili e puntuali capaci di andare oltre l’attuale fase rivendicativa. Nella consapevolezza che il settore sta cambiando e cambierà radicalmente, si stanno strutturando dipartimenti regionali che coinvolgano direttamente lavoratrici e lavoratori per definire una solida rete di diritti.

Non basterà il Covid ad uccidere l’arte.

Luciano Pellizzaro – Segretario Generale Flc Cgil Varese

Francesco Vazzana – Flc Cgil Varese

 


Rilanciare i valori dello sport oltre lo stop del covid

L’Italia è un Paese straordinario dal punto di vista sportivo, malgrado non si possa dire che esista una profonda e radicata cultura in questo senso, le eccellenze che hanno fatto inorgoglire almeno una volta tutti noi, nell’assistere al trionfo di un nostro idolo – qualunque sia la disciplina prediletta – non sono mai mancate.

Potrebbe sembrare irrispettoso nei confronti di campioni capaci di gesta memorabili sostenere che manchi cultura sportiva, ma la realtà, se si esclude un’esigua élite, purtroppo è questa.

Nelle scuole, dai bambi agli adolescenti hanno scarse possibilità di sperimentare le proprie attitudini motorie in virtù di programmi didattici che riservano all’educazione fisica solo poche ore settimanali.

Fare sport, in assenza di percorsi precisi, è demandato alla volontà delle famiglie che si trovano a sperimentare, nella maggior parte dei casi, prive di guide.

L’emergenza Covid 19 ha messo pericolosamente a nudo l’incapacità di gestire un aspetto così importante della vita di tutti noi.

Sport non è solo agonismo, competizione e orgoglio per una vittoria o scoramento per una sconfitta; si tratta di disciplina, crescita psico-fisica personale e collettiva, impegno, dedizione e lavoro.

Un anno di chiusura degli impianti, fatta salva una brevissima pausa a cavallo dell’estate scorsa, ha creato e sta creando innumerevoli problemi ai quali è doveroso dare risposte.

Negare l’attività fisica organizzata si traduce nel privare milioni di praticanti della possibilità di ricercare benessere ed equilibrio, ma per quanto ci compete, in veste di sindacalisti, significa interrompere attività professionali e bloccare una voce significativa dell’economia nazionale.

La CGIL si occupa di sport con due delle sue categorie: la SLC, titolare della rappresentanza per i lavoratori contrattualizzati e Nidil, che agisce nell’arduo tentativo di dare dignità ai precari, vero fulcro del lavoro sportivo.

In questo anno che ci è apparso interminabile, vanno sottolineati due aspetti: il costo sociale delle chiusure, alle quali lo Stato, attraverso contorti meccanismi ha tentato di sopperire con bonus insufficienti e non sempre puntuali, difficoltà nel giungere alla definizione di una riforma normativa in materia di sport: D.lgs 36 e 37/2021 che hanno visto la luce grazie alla tenacia del sindacato ed alla determinazione di lavoratrici e lavoratori che non hanno mai smesso di fare sentire la propria voce

Si tratta di due aspetti che dal nostro osservatorio non possiamo trascurare. Parlare di chiusure significa mettere a rischio innumerevoli attività con una conseguente ed ingente perdita economica per il territorio; infatti è proprio sul territorio che si sviluppa una articolatissima rete di strutture che garantiscono lo sport “puro”, quello cioè svincolato dall’agonismo e dalla competizione; tuttavia potenziale serbatoio nella ricerca di potenziali agonisti.

Queste realtà, che spesso sopravvivono grazie ai sacrifici di volonterosi: in primis istruttori, allenatori e quant’altro, sovente costretti a retribuzioni al limite della sopravvivenza e  va detto, senza contribuzione, quindi senza diritti, garantiscono prima ancora della costruzione di campioni, la tenuta del tessuto sociale.

Le piccole palestre, piscine od impianti di vario genere fungono da fondamentale veicolo di crescita e sviluppo personale, quantomai importante per le giovani generazioni.

Il secondo aspetto: quello della normativa impone una riflessione approfondita e dettagliata.

Fino ad oggi il sistema prevedeva la possibilità di sottoporre gli operatori ad una formula contrattuale eufemisticamente discutibile: la collaborazione per associazioni dilettantistiche. Questa norma prevede la retribuzione in no tax area fino a dieci mila euro e la totale mancanza di contribuzione.

È del tutto evidente che un tale sistema si fonda sull’idea che chi opera nel mondo sportivo non sia un vero e proprio lavoratore.

Sarebbe superfluo sottolinearlo, ma in tema di assenza di contributi ci tengo a richiamare l’attenzione su due aspetti: privare i lavoratori e le lavoratrici di un futuro e per quanto riguarda le donne – per le quali si sta sviluppando una corretta retorica di parità – privarle, tra gli altri, del più fondamentale dei diritti: la maternità. Drammatica ed emblematica la vicenda di Lara Lugli, pallavolista ex nazionale che si è vista scaricare dalla sua squadra all’annuncio di un’imminente maternità.

I decreti citati, pur nella necessità che siano propedeutici ad una contrattazione in grado di mettere ordine nelle diverse opportunità di inquadramento, innegabilmente hanno il merito di riconoscere il lavoro nello sport – non solo per quello di vertice – e per ciò che attiene le donne, rilanciare un dibattito sul professionismo, senza il quale la parità di genere rimane una chimera.

In sintesi: riapriamo in sicurezza e diamo dignità al lavoro sportivo.

Luciano Pellizzaro – Segretario Generale Flc Cgil Varese

Francesco Vazzana – Flc Cgil Varese

 


La banca e la pandemia

Chi si ricorda la Banca degli anni 80? Quando entravi e trovavi il cassiere? Una delle figure più importante negli allora “Istituto di Credito”. Il cassiere era la persona che ti accoglieva, lo conoscevi, era lì da anni. Con lui parlavi dei risultati di calcio, lui sapeva come volevi il taglio dei denari che prelevavi e spesso gli confidavi che quel prelevamento ti serviva per acquistare un nuovo televisore o una nuova lavoratrice.

Chi si ricorda la cassettina in metallo per i piccoli risparmi? Il bambino, accompagnato dal nonno, la portava in banca e la consegnava al cassiere mentre il nonno diceva al bambino: “li lasciamo al signore che si prende cura dei tuoi risparmi!”

Questa era la Banca che ricordiamo!

Oggi è tutto cambiato …… Il cassiere? un BANCOMAT “evoluto” che quando inserisci la carta ti dice: Buongiorno.

L’impiegato di banca? Un APP sullo smartphone che ti permette a mezzanotte di fare un bonifico di 5 euro al tuo vicino di casa.

Questa è la banca di oggi! Ci dicono che questa è l’inevitabile evoluzione del sistema dovuta al progresso!

E in questo scenario qual’è il futuro del Bancario?

I lavoratori delle banche, che ora non si chiamano più cassieri ma consulenti, hanno subito drastiche riduzioni. Solo nella nostra Provincia, negli ultimi 10 anni, siamo passati da oltre 5000 a 2900 lavoratori e certamente i nuovi “venti” delle riorganizzazioni aziendali che stanno soffiando sul settore porteranno a nuovi accorpamenti tra le Banche con la conseguente chiusure di sportelli e con l’esubero del personale.

Ma siamo certi che anche questo si possa identificare come il progresso?

La prova l’abbiamo avuta in questi mesi di emergenza sanitaria dove, nonostante l’impegno, la costanza e la dedizione da parte dei lavoratori bancari, che al pari di altre categoria hanno continuato a lavorare per garantire il servizio ai cittadini e alle imprese, Il numero limitato di lavoratori ha creato non pochi problemi nelle filiali aperte.

Sono cronaca di tutti i giorni: code interminabili per fare un’operazione, sportelli in piccole città e paesi chiusi per mancanza di personale e difficoltà nell’erogazione di servizi pubblici essenziali e necessari alla tenuta sociale ed economica del Paese.

Noi della Fisac Cgil vogliamo ringraziare l’impegno e la costanza dei lavoratori bancari, che non sono certo i responsabili dei disagi attuali, e contestiamo sia gli esuberi dichiarati dalle banche sia l’organizzazione del lavoro. Riteniamo sia necessario il rafforzamento del servizio attraverso concrete politiche di assunzione e una revisione della distribuzione degli sportelli anche nei piccoli paesi, dove ormai le banche hanno deciso di chiudere nella logica del contenimento dei costi e dell’incremento degli utili di breve periodo, e dove non sempre la digitalizzazione sostituisce il lavoratore soprattutto nei confronti dei cittadini più anziani.

Quello che viviamo oggi è la conseguenza di politiche e strategie errate, ma si può ancora cambiare rotta!  La nostra Organizzazione Sindacale è pronta a raccogliere la sfida, l’importante è che il nuovo percorso abbia come obiettivo il lavoro ed i lavoratori. Perché pur essendo d’accordo con il processo di digitalizzazione dei servizi, continueremo a ribadire che questo deve avvenire senza traumi per i cittadini e per le imprese e non può essere la scusa per azzerare una professione: quella del BANCARIO.

Alessandro Talamona R.S.A Fisac-Cgil BNL

 

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