Cgil Varese Informa – Anno II – Numero 6

Il futuro è oggi, assemblea provinciale Cgil Varese

La Cgil di Varese ha organizzato l’assemblea provinciale delle delegate e dei delegati, le pensionate e i pensionati attivi nei luoghi di lavoro e sul territorio per fare il punto sulla difficile situazione complessiva e condividere le proposte della CGIL. Circa 300 delegate e delegati hanno partecipato ai lavori della mattinata insieme a Tania Scacchetti della segreteria CGIL nazionale e Alessandro Pagano Segretario Generale della CGIL Lombardia.

Numerosi gli interventi che hanno ripreso problemi vecchi e nuovi a partire dalla sicurezza del lavoro, una strage continua indegna per un paese civile, che tocca anche la provincia di Varese. Tanto più grave quando le vittime sono studenti come ancora purtroppo è accaduto pochi giorni fa in provincia di Venezia, dove un giovane studente di 18 anni ha perso la vita in fabbrica nel percorso di alternanza scuola e lavoro.

 In questa fase, l’erosione dei salari e delle pensioni a causa dell’inflazione galoppante si somma all’aumento delle bollette comprimendo significativamente il reddito delle famiglie e dei singoli. Se a questo si aggiunge il serio rischio di un massiccio ricorso alla cassa integrazione da parte delle imprese per far fronte al prezzo dell’energia, la situazione diventa preoccupante e diventano urgenti gli interventi di sostegno che con forza e determinazione chiediamo anche al prossimo governo, a partire dalla grande manifestazione organizzata dalla CGIL per l’8 ottobre a Roma.  

Molti interventi hanno richiamato l’importanza di partecipare al voto di domenica 25 settembre e molto ampia è stata la discussione in merito ai programmi elettorali che in qualche caso sono lontani dalla realtà delle persone che lavorano, soprattutto quando si parla di flat tax, o quando non si parla di pensioni di garanzia per i giovani e le donne.

Stefania Filetti- Segretario Generale CGIL Varese


Verso il congresso, le proposte della Cgil

Il futuro è oggi. Le proposte della Cgil. Con queste parole la Camera del Lavoro di Varese ha deciso di convocare il proprio attivo provinciale.  Un attivo che apre una stagione densa di impegni e di sfide per la Cgil ma soprattutto per il Paese.

La manifestazione dell’8 ottobre prossimo a un anno dall’attacco alla sede nazionale della Cgil, avvenuto ad opera di formazioni di chiaro stampo neofascista, che purtroppo ancora oggi non sono state dichiarate fuori legge.

L’avvio della campagna di assemblee congressuali che inizia il percorso verso il XIX congresso nazionale della Cgil che si terrà a marzo prossimo.

Ma soprattutto una stagione che si caratterizza per essere una delle più complesse e difficili per il mondo del lavoro e per i pensionati.

Da tempo siamo dentro una grande crisi del modello di sviluppo, da tempo denunciamo le crescenti disuguaglianze, gli effetti di una globalizzazione che ha visto il capitale sempre più mobile e il lavoro sempre più isolato. Alle grandi trasformazioni, quella digitale, quella demografica, quella ambientale si sono aggiunti la pandemia e il ritorno della guerra in Europa.

Abbiamo pensato che la pandemia, nelle difficoltà che ci ha proposto, nella sottrazione di socialità a cui ci ha costretto, nella paura e nei lutti provocati, fosse una grande occasione per cambiare: rimettere al centro il diritto alla salute e alla istruzione, come beni primari a cui non sacrificare la logica del profitto, rimettere al centro il lavoro, la sua centralità e i suoi diritti, ripensare al  ruolo dello Stato, per indirizzare lo sviluppo e innovare il welfare.  

Lo scenario di guerra, una guerra che probabilmente ridisegnerà gli assetti geopolitici del mondo, ha aumentato le prospettive di incertezza, depresso i consumi e gli investimenti e avrà effetti pesanti su crescita e occupazione.

Non si parla e non si discute abbastanza, nemmeno in questa campagna elettorale, di come adoperarsi per la pace. Non si discute del futuro e del ruolo che l’Europa deve giocare.

Gli effetti sociali ed economici del nuovo scenario, la crescita della inflazione, gli aumenti del costo della energia, i rischi sul sistema produttivo sono molto pesanti e lo sono molto di più per le persone che rappresentiamo. Lo sono a maggior ragione in Italia, che soffre di bassa occupazione, crescente disagio occupazionale, bassi salari, crescita della povertà.

Le ragioni del nostro impegno e delle nostre azioni sono in questa fotografia, nella necessità di costruire un riscatto del lavoro per ricostruire un paese più giusto, a misura di giovani.

Le nostre proposte parlano all’oggi, all’immediato ma guardano soprattutto al futuro.

Parlano all’immediato perché un tasso di inflazione che da mesi è intorno all’8 % deve avere risposte subito, così come le devono avere le ricadute sull’aumento dei beni e dei servizi dei costi energetici e del gas.

Non possiamo aspettare la fine della campagna elettorale per prendere decisioni, come quella di tassare gli extraprofitti e di mettere in campo tutte le misure possibili, fiscali e sociali, per tutelare i redditi e le pensioni. Chi ha di più deve oggi contribuire a sostenere la condizione di chi vive del proprio lavoro e della propria pensione.

A queste misure urgenti si deve accompagnare un disegno di Paese che superi le disuguaglianze e che riporti il lavoro, la sua condizione, al centro delle scelte.

Occorre affrontare la questione salariale e contrastare la crescente precarietà che sta diventando il freno del Paese: affermare la centralità della contrattazione, definire una legge sulla rappresentanza per dare valore generale ai contratti sottoscritti dalle organizzazioni più rappresentative, riducendone il numero, introdurre un salario minimo legato alla contrattazione per affrontare il tema del lavoro povero.

Promuovere interventi per la riduzione e la rimodulazione degli orari di lavoro.

Ridefinire un modello fiscale fondato sulla progressività e una società in cui la ricchezza torni ad essere orientata al lavoro e non alla sola rendita.

Serve una seria lotta alla illegalità diffusa, allo sfruttamento lavorativo, facendo della sicurezza sul lavoro uno dei primi impegni.

Serve chiudere la stagione dei tagli lineari al sistema pubblico e investire su sanità, istruzione, welfare; affrontare le grandi transizioni con nuovi indirizzi di politica economica, nuove politiche industriali e nuovi investimenti nelle infrastrutture materiali e immateriali.

Contrattazione, democrazia, rappresentanza. Sono gli strumenti attraverso cui affermare una nuova centralità del lavoro, per superare le fratture che si sono generate, per scommettere sulla partecipazione ed il coinvolgimento e non sulla rassegnazione o la rabbia.

Il cambiamento sociale che stiamo vivendo, che sconvolge i valori, le identità, le certezze che per anni ci hanno accompagnato, non deve e non può trovare riposte nel populismo, nella rabbia, nella esclusione sociale.

Deve trovare risposte che affermino il ruolo del lavoro come soggetto di trasformazione sociale, di costruttore di una società più equa, più giusta, più solidale.

Le nostre proposte, le proposte della Cgil, che trovano ragione e sostegno nella carta costituzionale, devono camminare e vivere nei luoghi di lavoro e nei territori. Continueremo a mobilitarci e a batterci affinché la voce del lavoro sia ascoltata, perché solo così contribuiremo a costruire un futuro migliore.

Tania Scacchetti – Segretaria confederale CGIL


Scuola, anno nuovo, vecchi problemi 

Come ogni anno, la riapertura delle scuole ripropone vecchi e nuovi problemi. Faccciamo il punto della situazione di questo anno scolastico post-covid con Michele Maglione (nella foto con il Segretario Generale CGIL Varese Filetti, la segreteria provinciale FLC e il Segretario Generale FLC Lombardia Tobia Sertori), che è stato recentemente eletto nuovo Segretario Generale FLC CGIL Varese.

Partiamo da un tema che occupa i media in queste settimane: la questione delle cattedre scoperte. Un tema che si ripropone da anni.

Sì, in effetti è un problema rilevante, basta guardare i numeri. Se parliamo della Lombardia, sono state coperte 6913 cattedre (2000 a tempo determinato) su un totale di 22.177 cattedre disponibili (cioè il 31%). Se invece spostiamo lo sguardo sul personale amministrativo, sono stati coperti 1899 posti su 5000 disponibili (il 37%). Anche a Varese ci sono stati ritardi. C’è qui come altrove un problema che non si risolve, la questione della precarietà, un fatto che ha ricadute non solo sui lavoratori, ma anche su allievi e famiglie. All’Isis Ponti di Gallarate hanno preso servizio, il primo giorno di scuola, ben 80 nuovi docenti.

Ma di chi è la responsabilità di ritardi e disservizi?

Diciamo che gli Uffici scolastici provinciali possono avere qualche responsabilità, ma ricordiamo che devono gestire problemi che non vengono risolti a livello politico.

Una questione, questa delle difficoltà a gestire le scuole con tanti posti vacanti, peggiorata dopo il covid.

Si, quando si è conclusa l’emergenza legata alla pandemia, è stato cancellato nelle scuole l’organico covid. Con questo organico aggiuntivo i collaboratori scolastici potevano lavorare bene, mentre ora siamo tornati ai problemi di sempre.

Avete più volte sollecitato il rinnovo del vostro contratto nazionale. Com’è la situazione?

Sono stati stanziati i fondi (circa 100 euro medi lordi a insegnante), ma non c’è ancora l’accordo sulla parte normativa. Dobbiamo aspettare di essere convocati dal governo che verrà. Un fronte, questo del contratto, che pone ancora una volta il problema della differenza tra retribuzioni in Italia e quelle europee. Differenze che non sono tanto all’inizio carriera, quanto alla sua conclusione: se qui si arriva a 2mila euro, in alcuni Paesi si può arrivare a guadagnare il doppio. E invece di aumentare stipendi, si punta su ipotesi discutibili come il “docente esperto”…

Cosa significa?

Il termine esatto è “docente stabilmente incentivato”. Il governo uscente aveva stabilito di creare questa figura, che sarebbe entrata in scena concretamente tra 10 anni. Una figura che, superando 3 percorsi formativi consecutivi, al termine dei quali avrebbe sostenuto un test finale di valutazione, e con un vincolo di stare per tre anni nella stessa scuola. Avrebbe guadagnato 400 euro lordi mensili. Poi un emendamento ha cancellato il nome, ma sono rimasti i soldi. Per cosa verranno utilizzati? Mah, vedremo.

Andrea Giacometti – Ufficio Stampa CGIL Varese


Aborto, dopo la sentenza statunitense

Il 24 giugno scorso la Corte suprema degli Stati Uniti d’America si è pronunciata sul caso Dobbs vs Jackson Women’s Health Organization, in cui i giudici hanno confermato la legge del Mississippi che proibisce l’interruzione di gravidanza dopo 15 settimane. A fare ricorso era stata l’unica clinica rimasta nello Stato a offrire l’aborto. «L’aborto presenta una profonda questione morale. La costituzione non proibisce ai cittadini di ciascuno stato di regolare o proibire l’aborto», scrivono i giudici nella sentenza, che ha ribaltato, annullandola, la sentenza Roe vs Wade, con cui nel 1973 la stessa Corte aveva legalizzato l’aborto negli Usa, lasciando piena libertà ai singoli stati di legiferare in materia di aborto volontario.

Da subito si erano sollevati allarmi in merito alle conseguenze di questa sentenza, che avrebbero potuto essere nefaste, arrivando a subordinare la volontà di esercitare un diritto fondamentale all’orientamento del governo di ogni stato. Infatti, il divieto di aborto era atteso entrare in vigore in 13 stati americani nei 30 giorni successivi il pronunciamento. Si tratta di stati repubblicani che hanno approvato leggi stringenti sull’aborto legandole all’attesa decisione della Corte Suprema.

A distanza di quasi tre mesi, infatti, molti stati a guida repubblicana hanno votato strette già in vigore o destinate a divenire legge nei prossimi mesi non appena i contenziosi legali in corso di risolveranno. Tra questi, Missouri e Texas hanno annunciato per primi di avere “vietato” l’aborto con effetto immediato. ll15 settembre è arrivato il turno dell’Indiana, che vieterà l’aborto sempre, tranne che nei casi di stupro, incesto, anomalia fetale letale o grave rischio per la salute o la vita della donna incinta. La legge dell’Indiana, Senate Bill1, è stata firmata dal suo Governatore repubblicano, Eric Holcomb, che l’ha elogiata sostenendo che “protegge la vita”. Il risultato, come ha riportato il Washington Post in un’indagine dello scorso 23 agosto, è che il 36% delle donne fra i 15 e i 44 anni non sarà in grado di accedere all’aborto nello stato in cui vive.

Viceversa, sul fronte opposto, in difesa dell’aborto si sono schierati i governi di diversi Stati liberal (California, Oregon e Washington), che hanno annunciato un impegno comune a difendere questo diritto. Anche il governatore dello stato di New York, Kathy Hochul, si è affrettata ad assicurare che “l’accesso all’aborto è un fondamentale diritto umano e resta sicuro, accessibile e legale a New York.

Lo stesso Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden ha firmato un nuovo ordine esecutivo (il secondo in due mesi) che mira ad assicurare alle donne americane l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza, mentre un segnale molto importante è arrivato dal Kansas, stato storicamente conservatore, con la vittoria del fronte pro-aborto al referendum proposto in quello stato: il quesito del referendum chiedeva ai cittadini se il diritto all’aborto dovesse essere eliminato dalla Costituzione dello Stato e oltre il 60% delle 900.000 persone che sono andate alle urne ha deciso di salvaguardare la possibilità di scelta.

Biden non ha fatto mancare un duro attacco alla Corte Suprema, definita “estremista” dopo la cancellazione della sentenza Roe vs Wade. Il Presidente ha spiegato che l’ordine esecutivo “si aggiunge a quello che ho firmato il mese scorso: aiuterà a salvaguardare l’accesso alla salute, incluso il diritto di scegliere e alla contraccezione. Nella mia amministrazione stiamo facendo tutto quello che possiamo per proteggere i diritti alla salute e alla sicurezza delle persone di questo Paese, incluso il diritto per le donne di scegliere”. Si è poi appellato al Congresso, invitandolo a ripristinare il diritto all’aborto sulla scia della decisione arrivata dal Kansas.

Più passano le settimane, infatti, e più da parte di diversi opinionisti e analisti si inizia a notare come il numero degli elettori filoabortisti stia crescendo, come se la sentenza del 24 giugno avesse in qualche modo spaventato diverse frange della popolazione, in un paese storicamente sensibile alla difesa delle libertà individuali, come appunto sono gli Stati Uniti. In questo contesto le elezioni parlamentari del prossimo 8 novembre (con cui saranno rinnovati tutti i seggi della Camera dei rappresentanti e i 34 seggi del Senato) assumono un’importanza ancora maggiore, proprio in riferimento a questo tema: infatti una maggioranza filoabortista nel Congresso che verrà eletto potrebbe permettere alla lobby contro la vita di sabotare la sentenza della Corte Suprema attraverso una legge parlamentare che blindi nuovamente l’aborto a livello federale.

Insomma, la reale applicazione della sentenza negli Stati Uniti andrà seguita e monitorata con attenzione in futuro, considerando anche le peculiarità del sistema legislativo e di quello giudiziario di quel paese, in cui vige il principio della sovranità separata tra gli Stati e la Federazione. Nell’organizzazione del sistema giudiziario questo significa che ciascuno Stato è individualmente dotato di propri organi preposti all’amministrazione della giustizia, che pertanto è amministrata da cinquantuno diversi e separati ordini giudiziari: quelli dei cinquanta Stati, con al vertice la Corte Suprema statale e quello dello Stato Federale, con al vertice la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America.

Detto questo, è inevitabile che l’importanza e l’interesse di questa sentenza vadano ben oltre i confini americani, perché in un Paese che molti considerano patria della libertà e della democrazia si afferma un’idea populistica, distorta e avvilente di democrazia. Nella sentenza si legge: “La Costituzione non conferisce un diritto all’aborto (…) l’autorità di regolamentare l’aborto è restituita al popolo e ai suoi rappresentanti eletti”. Dunque, negli USA la possibilità di esercitare un diritto umano imprescindibile sarà subordinata al sentire etico-religioso del governo “democraticamente eletto” in ogni singolo stato. Ciò significa che negli stati i cui governi sono contrari all’aborto, le donne saranno costrette a portare avanti gravidanze non volute.

Inoltre, il dibattito su questo tema può essere occasione per fare il punto sulla situazione nel nostro paese (e a questo scopo rimandiamo al pezzo di approfondimento qui di seguito), dove prima del 1978 l’interruzione volontaria di gravidanza era considerata dal codice penale un reato (art. 545 e segg. cod. penale, abrogati nel 1978), mentre i toni in cui se ne discute nella campagna elettorale in corso, purtroppo, lasciano temere che ci si trovi di fronte all’ennesima battaglia politica sul corpo delle donne.

Daniele Bandi – Segretario Organizzativo Cgil Varese

 

Aborto, la 194 non si tocca

Prima del 1978 l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), in qualsiasi sua forma, era considerata dal codice penale italiano un reato (art. 545 e segg. cod. pen., abrogati nel 1978).  Nel 1975 il tema della regolamentazione dell’aborto riceveva l’attenzione dei mezzi di comunicazione Sull’onda delle manifestazioni e delle proteste, della rivoluzione culturale e sessuale che stava coinvolgendo la società italiana, venne portata avanti la campagna abortista.Il CISA era un organismo fondato da Adele Faccio che con molte altre donne si proponeva di combattere la piaga dell’aborto clandestino, creando i primi consultori in Italia e organizzando dei «viaggi della speranza» verso le cliniche inglesi e olandesi, dove grazie a voli charter e a convenzioni contrattate dal CISA, era possibile per le donne avere interventi medici a prezzi contenuti e con i mezzi tecnologicamente più evoluti. Dopo il  5 febbraio inizia una raccolta firme per il referendum.Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, il 15 aprile del 1976 con un Decreto del Presidente della Repubblica veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria, ma lo stesso Presidente Leone il primo maggio fu costretto a ricorrere per la seconda volta allo scioglimento delle Camere. Erano forti i timori dei partiti per le divisioni che poteva provocare una nuova consultazione popolare dopo l’esperienza del referendum sul divorzio del 1974.Il testo definitivo, che assunse lo stesso titolo del progetto di legge approvato, fu licenziato dal Senato il 18 maggio 1978 e pubblicato quattro giorni più tardi sulla Gazzetta Ufficiale, divenendo noto come legge 22 maggio 1978, n. 194, più familiarmente legge 194. La 194 consente alla donna, nei casi previsti dalla legge, di ricorrere alla IVG in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza), nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica.Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite. L’art. 2 tratta dei consultori e della loro funzione in relazione alla materia della legge, indicando il dovere che hanno nei confronti della donna in stato di gravidanza:

  • informarla sui diritti a lei garantiti dalla legge e sui servizi di cui può usufruire;
  • informarla sui diritti delle gestanti in materia laborale;
  • suggerire agli enti locali soluzioni a maternità che creino problemi;
  • contribuire a far superare le cause che possono portare all’interruzione della gravidanza.

Nei primi novanta giorni di gravidanza il ricorso alla IVG è permesso alla donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito.

L’art. 5 prevede che il padre del concepito non possa in alcun modo intromettersi nella IVG e non sia titolare di alcun diritto sul feto. La figura del padre è citata solamente quattro volte nel suddetto articolo e solamente chiamata in causa come presenza presso un consultorio, struttura sanitaria o medico di fiducia ai quali si rivolge la madre solo nel caso in cui questa vi acconsenta (comma 1 e 2).

La IVG è permessa dalla legge anche dopo i primi novanta giorni di gravidanza (art. 6):

  • quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
  • quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Le minori e le donne interdette devono ricevere l’autorizzazione del tutore o del giudice tutelare per poter effettuare la IVG. Ma, al fine di tutelare situazioni particolarmente delicate, la legge 194 prevede che (art.12) nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.

La legge stabilisce che le generalità della donna rimangano anonime.

La legge prevede inoltre che “il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite” (art. 14).

Il ginecologo può esercitare l’obiezione di coscienza. Tuttavia il personale sanitario non può sollevare obiezione di coscienza allorquando l’intervento sia “indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo” (art. 9, comma 5).

La donna ha anche il diritto di lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione e restare anonima. A quarant’anni dalla sua adozione, il pieno accesso all’interruzione volontaria di gravidanza come prevista dalla legge resta ancora da garantire .L’obiezione di coscienza per i professionisti sanitari è prevista dalla legge 194. L’obiezione di coscienza sollevata da un medico è revocata con effetto immediato in caso di sua partecipazione diretta in pratiche di IVG, ad eccezione dei casi in cui sussiste una condizione di imminente pericolo di vita per la donna. Il SSN è tenuto a assicurare che l’IVG si possa svolgere nelle varie strutture ospedaliere deputate a ciò, e quindi qualora il personale assunto sia costituito interamente da obiettori dovrà supplire a tale carenza in modo da poter assicurare il servizio, ad es. tramite trasferimenti di personale. numero di obiettori di coscienza all’interno del personale medico italiano è in media del 70% (In Gran Bretagna è del 10%, in Francia del 7%, zero in Svezia). Per sopperire alla mancanza di medici in grado di eseguire interruzioni volontarie di gravidanza, gli ospedali ricorrono a medici esterni assunti a prestazione, con costi addizionali per il servizio sanitario e la collettività.La Cassazione individua nella donna l’unica titolare del diritto di interrompere la gravidanza senza attribuire alcun peso alla contraria volontà del padre e che non esiste un danno per la lesione al diritto alla paternità.Un calo costante delle interruzioni volontarie di gravidanza anche negli anni della pandemia, disomogeneità nell’accesso al servizio, obiezione ancora troppo alta, al punto che in alcune province è complicato ricorrervi. In Lombardia, nel 2021 “sono state effettuate 9.888 interruzioni di gravidanza, confermando la tendenza costante alla diminuzione, con una flessione di circa il 12% in due anni (11.249 nel 2019, 10.274 nel 2020). La 194 è quindi ancora uno strumento efficace, capace di raggiungere l’obiettivo che si era data, ossia ridurre drasticamente il ricorso all’aborto. Ma alla riduzione di interventi Ivg non deve corrispondere una riduzione del diritto di accesso al servizio. E la percentuale complessiva di utilizzo della Ru486 nel 2021  in Lombardia è del 35%, molto più bassa rispetto ad altre regioni italiane. Le strutture lombarde con la percentuale di obiezione sotto il 50%, sono meno di un quarto del totale e molti presidi ospedalieri hanno percentuali di obiezione decisamente oltre la media del 60%. Sia nel 2020, sia nel 2021,  7 strutture  in Lombardia sono al 100% di obiezione tra cui Saronno. Oltre l’80% Tradate, Angera, Gallarate. Al 70% Cittiglio e Busto Arsizio.

Ru486: cresce, ma l’utilizzo è ancora basso e disomogeneo.

In Lombardia la percentuale complessiva di utilizzo di Ru486 rispetto all’aborto chirurgico nel 2021 è del 35%, molto più bassa rispetto alle altre regioni italiane paragonabili per dimensioni e qualità del servizio sanitario

Un miglioramento nelle percentuali di utilizzo c’è solo a partire dal 2020, anche indotto dalla pandemia, che ha portato a optare per interventi non chirurgici. Ma non tutte le strutture hanno colto l’occasione e la crescita è molto disomogenea: chi non la faceva prima della pandemia continua a non farla e restano intere zone della Lombardia dove la Ru486 non viene erogata”.

Solo un quarto delle strutture pubbliche, 12 in tutto, pratica aborti farmacologici con percentuali sopra il 50%.

I consultori pubblici sono ancora troppo pochi e il rapporto consultori/abitanti è in ogni provincia inferiore allo standard richiesto di 1 ogni 20mila persone. Inoltre, sono distribuiti in maniera diseguale e con prestazioni ginecologiche inferiori agli standard nazionali.

Roberta Tolomeo – Segreteria CGIL Varese


Sciopero per il clima, 23 settembre 2022, Cgil Varese c’è

Il movimento per la giustizia climatica Fridays For Future lancia per il 23 settembre 2022 una mobilitazione globale per il clima.

La Camera del Lavoro di Varese aderisce alla mobilitazione, condividendo i temi posti da Fridays For Future all’attenzione pubblica e partecipando alla manifestazione che si svolgerà a Milano venerdì 23 settembre alle ore 9.30 partendo da piazza Cairoli.

Crediamo che sul clima non siano più rimandabili azioni concrete e decisioni coraggiose, alle quali la politica non può più sottrarsi, smettendo di declinare il tema della responsabilità solamente al singolare e lavorando per un bene che sia comune e collettivo.

Abbiamo urgentemente bisogno di un piano di giustizia ambientale e sociale che metta al primo posto le persone. Le categorie più colpite dalla crisi climatica in corso sono ancora una volta quelle più fragili ed ecco perché la vera sfida è quella di tenere insieme questione ambientale e questione sociale. Che la transizione a cui siamo chiamati sia fin da ora verde ma soprattutto giusta.

Per quanto la crisi climatica sia un fenomeno globale, essa si manifesta in modo sempre più dirompente a livello locale. Ecco perché crediamo che sia importante ancora una volta tornare a rivolgere lo sguardo alle comunità territoriali e alla società civile, con cui intessere percorsi di partecipazione e attivismo collettivo sui nostri territori.

Segreteria CGIL Varese

 

Fridays For Future, ambiente: è il momento dei fatti

Il cambiamento climatico è ormai una realtà quotidiana di cui quasi tutti hanno avuto esperienza diretta attraverso fenomeni atmosferici sempre più estremi, temperature anomale per le medie stagionali, siccità prolungate là dove fino a qualche anno fa l’acqua era una risorsa più che abbondante, e questo è solo la punta dell’iceberg. E’ dagli anni 70 che il mondo scientifico ci avverte della pericolosità di questo fenomeno causato dalle attività dell’uomo, ma nonostante un crescendo di promesse in tutti questi anni la politica non ha avuto il coraggio di fare qualcosa di concreto. Questo nonostante si sappia bene quale sia il nocciolo del problema: un sistema economico che non tutela più, ma sfrutta solamente territori, risorse e persone, lontane e vicine. Lo si vede bene nella mancanza di prospettive che il mondo del lavoro offre alle nuove generazioni, con due parole d’ordine: disoccupazione o sfruttamento. Per questo Venerdì 23 Settembre i Giovani, a due giorni dalle elezioni, scenderanno ancora una volta in piazza, per chiedere di rispettare le promesse fatte, per chiedere di rispettare il loro, il nostro e il diritto di tutti ad avere un futuro diverso dal disastro economico e ambientale che si profila all’orizzonte. Per questo i giovani di Fridays For Future Varese chiedono a tutti voi di unirsi a loro per scendere in piazza e protestare. Clima e lavoro hanno tanto in comune poiché là dove non ci sarà un futuro per il nostro ecosistema così come lo conosciamo oggi, non ci sarà un futuro nemmeno per le imprese che in questo sistema sono nate, per le lavoratrici e i lavoratori che in esse sono impegnati e per le famiglie che da essi dipendono.

Unitevi a noi venerdì 23 Settembre per dire al mondo politico BASTA con le false promesse, BASTA con gli accordi vuoti, è venuto il momento dei FATTI.

Vi aspettiamo tutti Venerdì 23 alle 8:00 presso la stazione Nord di Varese o alle 9:30 presso Largo Cairoli, a Milano, per unirci al Corteo Globale per il Clima e far sentire le nostre voci!

Marco Bellante – Fridays For Future


Congresso Cgil, tutte le tappe

Dopo lo slittamento deciso dal Comitato Direttivo CGIL nazionale per non sovrapporsi all’appuntamento elettorale del 25 settembre, il prossimo 30 settembre, con le assemblee di base in tutti i luoghi di lavoro e nelle leghe SPI, prenderà ufficialmente il via il percorso congressuale della CGIL che ogni quattro anni, come previsto dallo Statuto, interesse tutti i livelli e tutte le strutture.

Infatti, dopo le assemblee di base, che termineranno entro il 10 dicembre, si terranno via via i Congressi delle Camere del Lavoro, delle categorie (territoriali, regionali e nazionali), delle strutture regionali, per arrivare infine all’appuntamento di Rimini, dove dal 15 al 18 marzo 2023 si terrà il XIX Congresso nazionale della CGIL, “Il lavoro crea il futuro”.

Pe quanto riguarda la Camera del Lavoro di Varese, il XVIII Congresso si terrà nei giorni 9 e 10 gennaio 2023 presso il Centro Congressi Ville Ponti di Varese: parteciperanno ai lavori oltre 400 delegati eletti in occasione delle assemblee di base e dei congressi delle categorie provinciali.

Daniele Bandi – Segretario Organizzativo CGIL Varese

 

 

 

 

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