Cgil Varese Informa – Anno II – Numero 5

Fermare la guerra, ora!

Armi all’Ucraina ne arrivano copiose, dagli USA, dal Regno Unito, dall’Europa, anche dall’Italia. Tre mesi di guerra, tre mesi di orrori, una pericolosissima escalation che alterna dichiarazioni di vittoria con l’aumento delle armi. E intanto, la popolazione ucraina vive sotto le bombe, distruzione e morte. “L’Ucraina deve vincere questa guerra. E l’aggressione di Vladimir Putin deve essere un fallimento strategico”. Lo ha detto Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea al World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Parlare di vittoria però vuol dire accettare altri mesi di guerra, altre devastazioni. In guerra non ci sono vincitori, soprattutto quando circolano bombe nucleari. 

La grande assente è ancora la volontà di sedersi intorno a un tavolo, si continua a parlare di sanzioni e armi. La diplomazia stenta a prendere quota e non si vede la volontà di chiudere questa guerra. Noi stiamo con il popolo ucraino, ma se l’obiettivo dichiarato diventa quello di fare la guerra a Putin, è evidente il grave rischio che corriamo, tutti.

Al convegno organizzato dalla Camera del Lavoro di Varese il 16 maggio scorso, Valentina Cappelletti della Segreteria CGIL Lombardia ha indicato nel suo intervento “tre priorità di azione: soccorrere, negoziare, disarmare” 

Soccorrere la popolazione aggredita, negoziare la risoluzione della guerra, procedere al disarmo.

Siamo fermi al primo, e per raggiungere il secondo è necessario che si mettano i campo tutte le possibilità di ricostruzione e di sviluppo economico per una pace duratura, sia  per il popolo ucraino  che per il popolo russo.  L’esperienza europea ne è un esempio. Dopo la seconda guerra mondiale l’Europa Unita è divenuta vera e reale proprio perché basata su reciproco riconoscimento, collaborazione, scambi commerciali, più semplicemente spingendo allo sviluppo degli stati membri. L’Europa è il  risultato dei negoziati prima fra singoli paesi e poi come stati membri che ci hanno garantito un lungo periodo di pace, che deve proseguire.

Le sanzioni verso la Russia iniziano ad avere un effetto concreto, un numero enorme di limitazioni commerciali. Ma le sanzioni per essere efficaci dovrebbero colpire solo la Russia e non avere effetti collaterali in altri paesi, ma in una economia globalizzata questo è praticamente impossibile.

Le sanzioni porteranno inevitabilmente ad un progressivo aumento dei costi per gli europei,  in quel caso, un cambio di parere nell’opinione pubblica rispetto alle restrizioni, dove ci porterà?

Di sicuro renderebbe più difficile il lavoro nel dibattito pubblico europeo.

“I giovani ucraini hanno tutto il diritto di aspirare all’Unione europea e l’UE deve fare di tutto per facilitare il loro percorso: facilitare, non banalizzare o, ancora peggio, strumentalizzare” lo scrive Salvatore Marra, coordinatore dell’Area internazionale e Europa della CGIL nazionale. Per fermare questa guerra serve l’impegno di tutti, a partire dall’impegno diplomatico degli stati membri dell’Unione europea.

Qui di seguito riportiamo due articoli citati, ricchi di spunti e di riflessioni.

Stefania Filetti – Segretario Generale Cgil Varese

Guerra in Ucraina, tre priorità  

Le riflessioni dei relatori e gli interventi raccolti fra i compagni e le compagne che hanno preso la parola nel corso del seminario mi sollecitano a tornare su tre questioni, che mi preme precisare e che anche per me si sono andate chiarendo strada facendo, nelle settimane – ormai molte – in cui abbiamo incominciato a confrontarci a distanza con la guerra e con l’escalation militare in risposta alla invasione terrestre in territorio ucraino messa in atto dall’esercito russo.

La prima questione riguarda il contenuto specifico della posizione assunta dalla Cgil fin dall’inizio. La definisco la questione del pacifismo. Tengo a chiarire che cosa intendiamo, a dire che cosa è “pacifismo” rispetto a questo conflitto, perché non mi convince la prospettiva che dice che cosa “non è pacifismo”, come a scusarsi rispetto a fraintendimenti che non hanno alcuna ragion d’essere, visto che non siamo mai stati equidistanti.

Pacifismo è la prospettiva che, di fronte al conflitto aperto, indica, a chi non è in conflitto, di perseguire tre priorità di azione: soccorrere, negoziare, disarmare.  In questo ordine.

Si tratta di un piano strettamente e rigorosamente umanitario, che assegna alla protezione delle vittime civili la priorità dell’azione politica. Una priorità con cui il movimento sindacale si mette al servizio delle vittime, sia con la posizione politica sia con l’azione pratica, declinata negli aiuti di cui poi dirò.

Il pacifismo così inteso e agito non è il canone minore di negoziatori deboli ma è la prospettiva che indica nella sopravvivenza e nella possibilità della convivenza nelle terre lacerate dalla guerra l’esito necessario della fine delle ostilità. La misura del pacifismo è la possibilità della sopravvivenza e della convivenza.

Come tutti gli altri conflitti hanno insegnato, i rifornimenti massicci di armi restano sul terreno come micce potenzialmente disponibili ad ogni riacutizzarsi delle tensioni fra gruppi  e territori.

La seconda questione riguarda il multilateralismo. Con questo termine intendiamo una prospettiva nei rapporti internazionali che offra un piano di confronto e coordinamento sulle scelte strategiche sottratto al bipolarismo delle storiche alleanze militari (NATO e OTSC) e, più in generale, sottratto alla prospettiva egemonica affidata agli alleati occidentali sulla base di una invocata superiorità dei loro ordinamenti a base democratica.

Nella prospettiva del multilateralismo la Cgil pensa debba orientarsi prima di tutti l’Unione Europea, scegliendo di agire una funzione di prevenzione dei conflitti regionali, di disinnesco delle escalation militari e di apertura di dialogo costante fra i diversi interessi geopolitici degli attori globali. Condizione, questa, di un modello di sviluppo basato sul benessere e sullo sviluppo delle capacità dei singoli e delle comunità.

Mi sembra necessario tuttavia chiarire che il multilateralismo si dà veramente se i suoi attori sono disponibili ad abbandonare il prerequisito della omogeneità culturale e della coappartenenza al perimetro valoriale dell’Occidente, dentro cui – beninteso – anche noi siamo collocati.

Non si tratta di relativizzare le nostre cornici politiche, culturali e valoriali – perché i valori non possono mai essere relativi – ma di essere consapevoli del loro portato strettamente specifico, vincolato a vicende storiche e a confini geografici e, a partire da questa consapevolezza, mettere a fuoco che la vera sfida della con-vivenza non è fra simili ma fra radicalmente diversi.

La sfida del multilateralismo è la convivenza fra estranei che non si assimilano ma definiscono e ridefiniscono insieme continuamente le condizioni di possibilità di pacifiche e temporanee coesistenze. Non è una postura ecumenica, anzi è fortemente esposta alla abrasione, al fraintendimento e al mutuo aggiustamento negoziale fra gli attori.

La terza e ultima questione riguarda l’azione solidale a favore delle popolazioni ucraine vittime della guerra di invasione, costrette a esodi interni ed esterni ai confini nazionali ed esposta alla certezza di un ulteriore impoverimento a causa delle distruzioni materiali provocate dal conflitto.

Il moto spontaneo di identificazione con le vittime ha prodotto, almeno finora, nei paesi che hanno accolto i profughi, una diffusa e talvolta disorganizzata risposta; dei singoli, delle organizzazioni e, tra queste, anche della nostra.

Come ho detto a proposito del pacifismo come strumento di protezione delle vittime, è molto importante che la posizione politica della nostra organizzazione si sia fin da subito accompagnata ad azioni praticamente orientate all’aiuto, declinate in forme molto diverse e a scale differenti: nazionale e locale, autonome o in cooperazione con altri soggetti, piccole o grandi nell’impatto.

La mia personale esperienza in questo senso mi porta a mettere a fuoco due aspetti, che mi aiutano a focalizzare quel che ho capito fino a qui. Il primo riguarda l’importanza di condividere queste azioni con attori sindacali locali, siano essi il sindacato ucraino o le sigle che operano in paesi limitrofi. La collaborazione e la condivisione operativa ci offre una fondamentale chiave di mediazione e di interpretazione, sia per orientare più efficacemente gli aiuti, sia per aiutarci a mettere in chiaro il carattere di rispetto, attenzione e cura con cui li mettiamo a disposizione. Vorrei dire in esplicito che l’attitudine agli aiuti alle popolazioni colpite deve essere sottratta il più possibile a qualsivoglia rischio di autocelebrazione – anche inconsapevole – in cui talvolta può incorrere chi se ne rende protagonista. E che noi non siamo a priori immuni da questo rischio, dunque dobbiamo presidiarlo.

La condizione del portare aiuto, inoltre, deve assumere la prospettiva della totale gratuità intellettuale: ossia deve agire nella consapevolezza che non è affatto detto che chi riceve aiuto condivida i presupposti politico-valoriali che ci muovono. Questo perché noi aiutiamo DA QUI, cioè nella posizione sicura della distanza fisica dal conflitto; chi riceve aiuti è invece esposto al conflitto e attiva priorità radicalmente differenti.

Portare aiuti, cioè, non significa identificarsi con le vittime, perché questa è certo una condizione emotiva che però non corrisponde a una condizione materiale. Significa agire concretamente la protezione senza abbandonare la prospettiva della distanza e la consapevolezza delle sue conseguenze.

La distanza, per noi oggi e qui, è da declinare nella forma della responsabilità. Quella che ci consente e che dovrebbe consentire a tutte le parti non direttamente coinvolte nella guerra, di lavorare sodo con l’ossessione della sua soluzione, cioè di lavorare alla protezione delle persone e alla rimozione delle cause remote e recenti.

Sappiamo, dalla nostra esperienza di negoziatori, che la soluzione ai conflitti ha la forma della sconfitta o dell’accordo. E che anche nella fase più acuta del conflitto lavorare per l’accordo è ciò che consente di tenere aperta una prospettiva in cui la convivenza resti possibile.

Valentina Cappelletti – Segreteria CGIL Lombardia


La pace prima di tutto

Solo la diplomazia potrà fermare la guerra in Ucraina. Sono ormai quasi tre i mesi trascorsi da quando è iniziato questo sanguinosissimo conflitto in Europa e questa frase, pronunciata da pochi all’inizio, ora è stata dichiarata anche dal Presidente ucraino Zelenskyi. È proprio così, non c’è alternativa possibile a un negoziato per far terminare questa guerra, come tutte le altre. E chi invoca il riarmo, la necessità della difesa armata, senza mai pronunciare le parole “pace, negoziato, diplomazia” contribuisce a spingere il mondo verso il baratro di un conflitto mondiale, non più “a pezzi”, come lo definisce il Papa, ma verso un conflitto esteso, globale, nucleare.

Una terzia via, alternativa alla trattativa e alla guerra globale, non è data. Sono sempre più numerosi i capi di stato che cominciano a comprendere che una guerra che si estende sarebbe una sciagura per l’umanità. Già le sofferenze inflitte finora alle popolazioni in Ucraina, dal 2014 ad oggi per dirlo con chiarezza, sono immense. Le conseguenze sulla psiche di un’Europa e un mondo ancora provato dagli effetti della pandemia – chi ha dimenticato la sfilata delle bare a Bergamo ? – e ora della guerra sono già devastanti.

Putin è colpevole di avere dato inizio a una guerra sanguinosa, di avere invaso uno stato autonomo e indipendente, di avere utilizzato armi non convenzionali proibite dagli attuali trattati internazionali, di avere destabilizzato definitivamente un seppur fragile equilibrio nel continente europeo. Putin è un efferato autocrate che da anni ha accentrato i poteri attorno a sé e a una ristretta cerchia di uomini (sì, quasi tutti maschi) e di avere represso libertà e individuato il modello europeo dei diritti civili, dell’autodeterminazione di sé e dei confini come il principale nemico da combattere.

Ed è per questo che quell’Ucraina, anzi, in particolare, quei giovani ucraini che si avvolgono nelle bandiere dell’Europa, manifestano per le strade di Kiev nei pride, guardano all’Europa come possibile unica strada, andava riportata all’ordine putiniano, sulla corretta strada morale del patriarca Kirill e della politica putiniana della Russia come nuova potenza mondiale che si riprende i suoi spazi.

L’Europa non può certo permettere tutto ciò, ma l’Europa – nel maldestro tentativo di provare a difendere i suoi valori – si è unita attorno alla prospettiva delle armi e delle forniture militari, del rafforzamento delle basi Nato e del suo allargamento. L’Europa, che ha nei suoi Trattati come valore fondante la pace, che ha fatto della concordia fra i popoli un suo vessillo e quasi ragione di esistenza, si è fatta travolgere da una spinta bellicista, autoeliminandosi da una qualsiasi possibile trattativa di pace.

Spetta ad altri, in questa fase, quindi trattare: in primis a Stati Uniti e Cina, due potenze che però paiono alle prese con gravi problemi interni e incapaci di gestire una vera e propria trattativa. Gli Usa alle prese con i propri problemi di democrazia interna (abbiamo già dimenticato l’attacco a Capitol Hill?) e la Cina con una fallimentare strategia di solo contenimento contro il COVID che ha provocato una grave recessione e un crescente malcontento nella popolazione. I leader europei, sulla diplomazia e sul negoziato, in ordine sparso.

Le recenti conclusioni della Conferenza sul futuro dell’Europa lo spiegano bene: i cittadini europei e le organizzazioni della società civile, ma anche il sindacato in larga maggioranza, chiedono una spinta per completare il progetto di Unione. Riforme dei trattati, superamento di vetusti meccanismi come l’unanimità, dare potere legislativo al Parlamento, eliminazione dei paradisi fiscali, giustizia sociale e una vera politica estera, attorno alla quale ridefinire anche le proprie strategie di sicurezza, anche all’interno della NATO.

Una NATO sicuramente a trazione americana, che l’Europa non può che subire in queste condizioni, ma una trazione sempre più confusa e priva di una direzione strategica.

I giovani ucraini hanno tutto il diritto di aspirare all’Unione europea e l’UE deve fare di tutto per facilitare il loro percorso: facilitare, non banalizzare o, ancora peggio, strumentalizzare. Ma agli ucraini bisognerebbe aprire le porte in un’Europa riformata, capace di una vera politica estera, coesa attorno ai valori della democrazia, della laicità e dello stato di diritto. Quindi, un qualsiasi percorso di pace, comprende i compiti a casa che deve fare l’Unione e i suoi stati membri. Non si può tacere davanti all’ipocrisia di capi di governo che hanno letteralmente contribuito allo sfascio del progetto europeo – i capi di stato polacchi, ungheresi, cechi per dirne alcuni – e ora, invece, ne invocano la necessità, l’urgenza del rilancio. Questa ipocrisia va stigmatizzata, perché è essa stessa una delle ragioni principali della debolezza dell’Unione agli occhi di chi ci guarda da fuori.

Sì, gli occhi di chi ci guarda da fuori – questo è forse il punto chiave. Lo sguardo eurocentrico è – nella migliore delle ipotesi -, uno sguardo miope. In un mondo multipolare, ma estremamente interdipendente e interconnesso, ragionare adottando una prospettiva che ruota attorno all’Europa porta a conclusioni limitate, distorte, se non erronee.

Allora nel ragionare di pace non si può che assumere la prospettiva del continente giovane, l’Africa, degli equilibri asiatici – Cina al centro -, degli USA post Trump (il multilateralismo è stato attaccato e indebolito proprio da lui, anche questo abbiamo dimenticato?) o delle tante periferie del mondo in cui ingiustizia, povertà e violenza – guerra, sì guerra – la fanno da padrone.

Globali e diseguali: le diseguaglianze sono il tratto di questo “nuovo” ordine che stiamo attraversando. Il tema ora è: accettiamo di nuovo che la guerra torni ad essere strumento di regolazione delle controversie?

L’alternativa è solo la pace e mentre la guerra imperversa, occorre avere il coraggio di chiedere una nuova stagione di accordi di pace a livello globale, che provi a governare questo “nuovo” ordine. In questo percorso, il movimento sindacale globale deve svolgere il suo ruolo, a partire dal rafforzamento della sua istituzione multilaterale per eccellenza – unico esempio di tripartitismo – l’Organizzazione internazionale del lavoro – e mobilitarsi e mobilitare ad ogni livello lavoratrici e lavoratori per la pace: senza pace, non può esistere lavoro dignitoso. Questo è il nostro obiettivo.

Salvatore Marra – Coordinatore area internazionale e Europa CGIL nazionale


Anche Varese nella Missione Ucraina di Cgil Lombardia

Pubblichiamo uno stralcio dell’articolo tratto dal blog “Pane e Scorpioni” di Giuseppe Augurusa, nostro compagno di viaggio della “Missione Ucraina” organizzata dalla CGIL Lombardia.

Per la CGIL Varese abbiamo avuto il piacere di far parte di questo convoglio e vivere un’esperienza unica portando agli ucraini non solo beni materiali e di prima necessità, ma un messaggio di pace, solidarietà e unione tra popoli.

Giuseppe nel suo articolo incarna perfettamente i sentimenti, le emozioni che il gruppo in questa missione ha vissuto, esprimendo riflessioni da tutti condivise.

Pino Pizzo – Andrea Cazzolaro   CGIL Varese

Il mondo alla fine del mondo

Venti ore separano il nostro convoglio dalla meta, la piccola cittadina polacca di Narol, un Comune del  distretto di Lubaczów, nel voivodato della Precarpazia al confine ucraino. Una durata eccessiva che, alle nostre quotidianità assediate da treni ad alta velocità, dispositivi in bassa frequenza, ansie da ceto medio, richiama viaggi d’altri tempi, irragionevoli nostalgie del si stava meglio quando si stava peggio, malinconiche tradotte estive. Non manca il tempo lungo quei millesettecento chilometri che attraversano un pezzo di Mitteleuropa, carico di un glorioso passato ed un contraddittorio presente, per discutere dell’angoscia della guerra, delle speranze della pace, delle inquietudini del futuro.

La piccola, ordinata carovana umanitaria costituita da cinque furgoni della CGIL lombarda e delle proprie strutture territoriali di Como, Varese, Milano e Lecco è stracolma della disinteressata generosità altrui con derrate alimentari e beni di prima necessità destinati all’Ucraina.  L’itinerario, fatto ad un tempo di bellezza, difficoltà, imprevisti, si risolve nella morte, come sanno i vecchi e gli eserciti. Così, nel viaggio verso gli egoismi culturali e politici di quelli di Visegrad, scopertisi improvvisamente solidali, attraversiamo l’invidiabile ordine dell’area metropolitana viennese, la bellezza slovacca dei lussureggianti campi dorati coltivati, la sobrietà della campagna polacca sormontata da un cielo azzurro che, accostato sulla linea dell’orizzonte al giallo dei fiori di colza, sembra inconsapevolmente omaggiare gli aggrediti. Ma, si sa, le vie dell’inferno sono lastricate di buone (e belle) intenzioni. Al fondo del viaggio ci attende l’inferno, appunto. Solo simbolicamente, ovviamente. Ce ne stiamo a distanza di sicurezza, perché è giusto, oltreché saggio. Per non aggiungere ai loro problemi i nostri problemi. Per allontanare il sospetto che tra i tanti privilegi occidentali vi sia anche quello di poter dosare a piacimento la propria adrenalina con le tragedie altrui, come il brivido controllato di un bungee jumping qualsiasi.

Arkadiusz Mroczeck ci accoglie con infinita cordialità. Il giovane vice Sindaco di Narol, approdato nella tranquillità della vita agreste dopo molti anni vissuti a Varsavia, è affabile e si fa in quattro per noi, garantendo che il nostro brevissimo soggiorno non manchi di nulla; ci fa da locatore, da cicerone, persino da mentore. Ci omaggia citando Umberto Eco e Tiziano Terzani, anziché la pizza margherita ed il mandolino. Orgoglioso del proprio lavoro, del punto di raccolta viveri che alimenta due ospedali nella vicinissima Ucraina, che ci preoccupiamo di riempire fino all’orlo. Orgoglioso anche della piccola comunità di ottomila anime distribuite su di un territorio diviso con il righello tra Polonia ed Unione Sovietica (poi Ucraina) dopo la seconda guerra mondiale, con l’ovvia conseguenza di chiamare in modo diverso popoli uguali. 

Anche Magdalena Chojnoska è orgogliosa della solidarietà ritrovata dai propri connazionali. Sindacalista dell’OPZZ, altra opzione al più noto Solidarność, Magdalena è una nostra “vecchia” conoscenza, oramai un’amica. Ha preso il treno da Ząbki, una cittadina alle porte di Varsavia, per non mancare all’appuntamento con gli amici italiani. Tocca a lei smussare i sottili aculei ideologici che ci separano da quel mondo, opportunamente tenuti a bada in nome di un bene superiore. Lo fa con sagacia, capace, forse più di molti uomini, di distinguere l’opportunità dall’opportunismo. Per la foto di rito mi porge il lembo della sua bandiera azzurra, io le cedo lo spigolo di quella rossa, la nostra. Colori che da soli raccontano una storia. Svolge senza esitazione la bandiera arcobaleno della pace, non sempre così apprezzata nella terra dei gemelli Kaczynski. Non è solo un gesto di cortesia: si tratta di cura, di attenzione all’altro, di vicinanza nella differenza. Per gente come noi, sempre in cerca di un illusorio mondo migliore, gente per cui la politica non è mai sacrificabile ad un ipocrita galateo delle buone maniere, non è mai ragione del quieto vivere, non è mai la giustificazione dello status quo, omettere è quasi più doloroso che sostenere. La concretezza della solidarietà ti permette di soprassedere sulle differenze privilegiando le cose comuni. Tuttavia, penso, se il meglio è spesso nemico del bene, il bello è indiscutibilmente conseguenza del giusto.

Da settimane, ci aveva spiegato il vice Sindaco, non passano più profughi: chi doveva uscire lo ha già fatto, chi doveva andare via, ricongiungendosi ai propri familiari sparsi in tutta Europa pure.  Molti lo hanno fatto nel corso di un altro esodo, conseguenza di un’altra guerra quotidiana, combattuta contro la diseguaglianza, la povertà, la mancanza di futuro, ben prima che i carrarmati russi oltraggiassero la loro terra.  La guerra così vicina, penso, può essere anche così lontana. Come nel «mondo alla fine del mondo» di Luis Sepulveda un lembo estremo del pianeta, si trasforma simbolicamente nel luogo dell’apocalisse. Ma può anche essere l’universo in cui l’uomo ritrova l’unione con le proprie origini, l’armonia con gli elementi e, soprattutto, un anelito indistruttibile alla speranza”.

Riposizioniamo il navigatore sulla via del ritorno, venti ore di viaggio ci attendono. Saranno ore più silenziose, perché i pensieri si affastellano. Valentina, segretaria CGIL della spedizione, la sugella con una frase che ci porteremo dentro per molto tempo:”I didn’t cross the border. The border crossed me”            

Giuseppe Augurusa – CGIL Nazionale


La guerra mondiale del cibo

Interconnessione e interdipendenza sono due aspetti peculiari del mondo contemporaneo, con conseguenze sulla vita quotidiana delle persone molto più ampie e forti di quanto si possa pensare; e sono proprio i grandi sconvolgimenti a dimostrarcelo in maniera evidente.

La guerra in Ucraina e i suoi effetti sulle disponibilità alimentari mondiali ne sono un esempio, costringendo molti a ricordare che ancora oggi sono proprio i conflitti la principale causa della fame nel mondo: per quanto al momento non abbiamo avuto complicazioni nelle forniture di cibo (se non un generico e comunque sempre preoccupante aumento dei prezzi), già da qualche settimana in molta parte del mondo non è così, e purtroppo si tratta di paesi già in gravi condizioni economiche e sociali con il rischio che le conseguenze possano essere devastanti.

Per fare solo un esempio: in Egitto e altri paesi del Nord Africa le riserve strategiche di grano sono limitate a uno – due mesi.

Tutto questo è dovuto proprio alle caratteristiche agricole di Russia e Ucraina, che srappresentano il 30% del mercato mondiale di grano, il 55% di quello di olio di semi di girasole, il 20% di mais o il 32% di orzo (dati FAO): insomma “granaio d’Europa” non è solo un modo di dire, anzi si potrebbe parlare di “granaio del mondo”.

A ciò si aggiunga che il 20% della produzione mondiale di fertilizzanti viene da Russia e Bielorussia e possiamo senza dubbio affermare che ci troviamo di fronte alla possibilità di una tempesta perfetta che può esporre un miliardo e settecento milioni di persone, un terzo delle quali già in povertà, a insicurezza alimentare, energetica e finanziaria.

Ovviamente è difficile elaborare previsioni sulle conseguenze a breve termine per quanto riguarda gli approvvigionamenti alimentari: molto dipenderà dalla durata del conflitto, dalle aree geografiche coinvolte, dall’evoluzione delle trattative in corso e così via.

Di sicuro, tuttavia, appare già evidente che questa crisi, come la pandemia, sta dimostrando come ormai nessuna politica autarchica e protezionistica di corto respiro produce effetti positivi, ma al contrario ha effetti negativi perché aumenta l’instabilità e l’incapacità di reagire agli shock esterni.

Anche analizzando la crisi alimentare, purtroppo, bisogna osservare che le prime soluzioni politiche ed economiche sembrano lontane da questi insegnamenti: in primo luogo le eccedenze e le riserve dovrebbero andare a chi ne ha più bisogno senza accaparramenti egoistici (come invece successo con i vaccini: paesi ricchi come USA e parte dell’UE hanno accumulato fino a 5 dosi pro capite, salvo poi donarle ai paesi poveri quando ormai erano inutilizzabili perché prossime alla scadenza e perché quei paesi non erano stati aiutati a dotarsi delle necessarie infrastrutture per una campagna vaccinale di massa) altrimenti ci troveremo a breve di fronte a milioni di migranti in fuga non dalla guerra ma da fame, carestie, guerre civili e sconvolgimenti geopolitici.

Il numero di profughi ucraini accolti in Italia aggiornato al 14 maggio è di 115.342 (di cui 60.000 donne e 40.000 minori) e l’accoglienza e gli aiuti forniti dal nostro paese sono sicuramente positivi (e anche la CGIL sta facendo la sua parte, come potrete leggere in altri articoli di questa NL), ma l’interdipendenza mondiale che abbiamo appena descritto può generare flussi di profughi troppo grandi e concentrati per poter essere gestiti senza conseguenze.

Un secondo importante insegnamento che rischia di restare disatteso è quello relativo alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento, quanto mai urgente e necessaria non solo in riferimento all’energia, ma anche ai beni agricoli primari.

Abbiamo la possibilità di cambiare sistema e paradigma e invece il rischio è che si scelga la strada opposta e contraria, con le grandi lobby del sistema agroalimentare che, come quelle dell’energia, si stanno già muovendo per chiedere di sospendere i vincoli ambientali. Si strumentalizza la paura (“gli scaffali vuoti!”) per fermare la conversione dei sistemi energetico e alimentare: ecco quindi che si torna a parlare di ricerca e investimento sui combustibili fossili anziché sulle fonti rinnovabili e, allo stesso modo, in agricoltura vengono osteggiati la diversificazione delle coltivazioni, il ritorno a mercati e prodotti locali, il biologico, la riduzione di fertilizzanti e concimi e delle produzioni destinate agli allevamenti e al consumo di carne.

In questo modo si sta verificando esattamente il contrario di quanto sarebbe auspicabile e di quanto dovremmo avere imparato, e cioè che trasformare l’agricoltura in senso ecologico permetterebbe di servire meglio i mercati locali aumentando la stabilità alimentare e riducendo così il rischio di shock sistemici, e che analogamente ridurre la dipendenza energetica da gas e combustibili fossili è la soluzione di un problema che invece rischiamo di procrastinare quando il tempo ormai scarseggia perché, come dice l’economista – ambientalista McKibben: “in a world on fire, stop burning things” (“in un mondo che va a fuoco, smettiamo di bruciare cose”).

Daniele Bandi – Segretario Organizzativo CGIL Varese

 

Arrivano le nuove Case di comunità

La “nuova” rete territoriale sanitaria: Distretti, Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Assistenza Domiciliare, Continuità assistenziale

Dovremmo abituarci nel breve ad una nuova serie di acronimi in sanità, dietro a queste nuove sigle si dovrebbero celare i nuovi servizi territoriali per i cittadini lombardi (ma non solo). La pandemia ha fatto emergere in modo drammatico quanto il sistema sanitario lombardo, in particolare, con l’accentramento di tutti i servizi sanitari negli ospedali, sia stato inadeguato ad affrontare il bisogno di salute dei cittadini.

Regione Lombardia non ha mai espresso alcuna autocritica sulla gestione della pandemia, con particolare riferimento allo smantellamento della Rete Territoriale, avvenuto negli ultimi 20 anni, e il cambiamento attraverso il ritorno a presidiare il territorio con servizi sanitari e socio sanitari non è espressione di una volontà o di un ripensamento sul modello sanitario regionale ma unicamente dalle risorse del PNRR e dalle indicazioni governative di come deve essere organizzata la sanità in tutto il paese.

Il PNRR prima, con la Missione 6 e successivamente le indicazioni del Decreto Ministeriale 71, hanno gettato le basi per il riordino del sistema sanitario, destinando ingenti risorse economiche e stabilendo alcuni requisiti, organizzativi e di personale all’interno di questi servizi quali ad esempio:

Distretti 1/100mila abitanti, Infermieri di Famiglia o Comunità 1/3000 abitanti, da intendersi come numero complessivo di infermieri impiegati nei diversi settori di articolazione dell’assistenza territoriale.

COT (Centrale Operativa Territoriale) 1/100mila abitanti o comunque a valenza distrettuale

CDC (Casa della Comunità) Hub/spoke 1/40-50mila abitanti presenza di personale MMG e PLS (guardia Medica), Specialisti ambulatoriali (in particolare cardiologia, pneumologia, diabetologia, ecc.), infermieri, assistente sociale, personale socio-sanitario e amministrativo, Equipe multiprofessionali.

Assistenza domiciliare obiettivo raggiungere il 10% della popolazione over65 presa in carico di tutte le cronicità.

UCA (Unità di Continuità Assistenziale) 1/100mila abitanti, 1 medico e 1 infermiere, altre professionalità

Tutto bene? Non proprio! Vediamo perché.

In molti casi il DM71 è lacunoso non tanto sulle figure professionali specializzate presenti nelle Case della Comunità, ma sulla misura della loro presenza in questi servizi, ore, giorni, settimane. Così come la definizione di due tipologie di Case della Comunità, una Hub con tutti i servizi, l’altra Spoke solo con servizi base. Ma non vengono individuati gli standard di quest’ultima.

Nel DM 71 – Mancano riferimenti certi sulla dotazione del personale nell’Assistenza Domiciliare Integrata. L’ADI è il pilastro dell’assistenza territoriale e il principale investimento dello stesso PNRR nella Missione 6C1 (4 miliardi).

Deboli le indicazioni del DM 71 su: attività nei consultori, attività rivolte ai minori, servizi per la salute mentale, le dipendenze patologiche, nella neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza.

Carenza di personale infermieristico, carenza cronica MMG. Secondo dati forniti da ATS Insubria mancano 164 medici di cui 75 in provincia di Varese e 89 in quella di Como.

Vengono riconfermati standard di 1 consultorio ogni 20 mila abitanti, mancano tuttavia disposizioni vincolanti per le regioni. Infatti ad esempio in provincia di Varese sono solo 21 i consultori a fronte di un fabbisogno di almeno il doppio in rapporto al numero di abitanti (dei 21 ben sette sono privati).

Le Amministrazioni Locali non sono state coinvolte da parte delle ASST e dall’ATS  sia nelle fasi dell’individuazione e della collocazione delle nuove strutture territoriali, sia nel fabbisogno della programmazione socio-sanitaria-assistenziale.

Il tetto alla spesa del personale imposto dalla vigente normativa, se non rimosso, per consentire l’assunzione di personale attraverso un incremento del FSN, renderebbe inefficaci le misure per il potenziamento della sanità territoriale, o peggio si potrebbe aprire un altra stagione di privatizzazione della sanità pubblica. Con il blocco del turn-over e con i tetti di spesa, si sono generati tagli al personale pari a 70 mila unità, circa 50 mila per il personale del comparto, 10 mila per medici e dirigenti sanitari dipendenti.

I segnali che arrivano non sono incoraggianti, mentre si vota l’aumento delle spese per gli armamenti, il fondo sanitario nazionale nel documento di programmazione economica finanziaria per i prossimi tre anni 2023/2025 è previsto in calo, passando dai circa 131 miliardi del 2022 ad una previsione per il 2025 di 129 miliardi!

E’ del tutto evidente che se i tagli ai finanziamenti verranno confermati e conseguentemente bloccata la spesa del personale, le prospettive delle Case della Comunità, dei servizi territoriali, di quell’assistenza domiciliare profondamente carente nella nostra regione, sono destinate a fallire restando delle scatole vuote o, vista la particolare predisposizione di Regione Lombardia, quella di subire una selvaggia privatizzazione.

Gianni Ardizzoia – Segreteria Cgil Varese


Contratto nazionale TPL

La vertenza per il rinnovo del contratto nazionale di lavoratori e lavoratrici del Trasporto pubblico locale è stata lunga e faticosa. Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo in una situazione difficile, ma siamo riusciti ad ottenere un aumento salariale, complessivo su varie voci, in linea con i rinnovi attuali e per la prima volta dopo molti anni senza nessuna concessione dal punto di vista normativo.

Ora è venuto il momento dell’annunciata riforma del Trasporto pubblico locale che il settore aspetta da tanti anni, all’insegna della sostenibilità e della transizione verde. Una riforma che rilanci il settore in termini di risorse, investimenti e migliori la qualità del servizio per i cittadini e la qualità del lavoro.

Una riforma che sappia riconoscere ad una categoria che ogni giorno presta un servizio alla collettività, una giusta retribuzione e adeguate condizioni di lavoro. Un grazie per il sostegno a tutti i lavoratori e le lavoratrici nel corso della vertenza. Senza di esso questo rinnovo non sarebbe stato possibile.

Luigi Liguori, Segretario Generale Filt Cgil Varese


Contratto nazionale Funzioni centrali

Il 9 maggio  è stato firmato in via definitiva il nuovo contratto delle Funzioni Centrali, triennio 19/21. Dopo l’ok della Corte dei Conti, Aran e sindacali hanno posto sul testo la firma definitiva.

Un contratto innovativo e funzionale che risponde alle aspettative delle lavoratrici e dei lavoratori delle Funzioni Centrali. Vediamo alcuni aspetti  presenti nel contratto:

la crescita dei valori delle retribuzioni a partire da 90 euro, con un incremento complessivo pari a circa il 5 %, di cui il 3,78 % sui tabellari;

la riforma dell’Ordinamento Professionale e nuovo Sistema di Classificazione del personale, articolato in 4 Aree: Elevate professionalità, Funzionari, Assistenti e Operatori. Legato all’aspetto della riforma dell’ordinamento c’è inoltre un’attenzione nuova alla formazione del personale finora assolutamente sottofinanziata;

l’introduzione dei differenziali stipendiali in sostituzione del precedente modello delle fasce che consente di valorizzare l’esperienza, di aumentare il valore economico stipendiale, di rispondere alle esigenze degli apicali;

il rafforzamento delle relazioni sindacali con lo spostamento di materie significative in contrattazione anche di secondo livello;

il miglioramento della disciplina dell’utilizzo dei congedi per le donne vittima di violenza e per i genitori con la possibilità della  fruizione frazionata dei congedi parentali;

viene cancellato il limite di quattro mesi per le assenze senza riduzione dello stipendio dovute ad effetti collaterali da terapie salvavita con l’esclusione dal periodo di comporto delle assenze per malattia in caso di gravi patologie richiedenti terapie salvavita;

è prevista la  contrattualizzazione del lavoro a distanza nella doppia declinazione del lavoro da remoto o telelavoro con la definizioni degli orari e del lavoro agile, senza vincoli di orario;

l’estensione della copertura assicurativa per il personale che svolge compiti con assunzione di responsabilità diretta verso l’esterno;

Un contratto, lo hanno definito in estrema sintesi il segretario nazionale della Fp Cgil, Florindo Oliverio, e la segretaria confederale della Cgil, Tania Scacchetti, “innovativo che riconosce diritti e un adeguato riconoscimento economico alle lavoratrici e ai lavoratori delle Funzioni Centrali ma che, soprattutto, affronta il tema della revisione degli ordinamenti e della valorizzazione delle professionalità, insieme alla contrattualizzazione del lavoro agile”.

Gianna Moretto – Segretario Generale FP Cgil Varese


Il Silp e la Cgil

A 41 anni dalla smilitarizzazione della Polizia di Stato ottenuta con la legge 1°aprile n 1981 n.121, giunta dopo quasi 40 anni di lotte, rivendicazioni e progetti, dobbiamo senz’altro ricordare il ruolo fondamentale che ha avuto la CGIL nelle fasi di impulso normativo e di gestazione dei primi quadri sindacali della Polizia di Stato.

Senza voler ripercorrere l’intero percorso culturale che ha condotto alla smilitarizzazione della Polizia di Stato, per mere esigenze di spazio, dobbiamo tuttavia brevemente tratteggiarne almeno i momenti salienti, per comprendere la vera portata di quella che è stata una silenziosa rivoluzione sociale.

Fino al 1981 i lavoratori di Polizia, organismo che ancora manteneva la denominazione di “Pubblica Sicurezza” in un travagliato percorso di trasformazione organica, avevano definitivamente assunto uno status militare, conferito sotto Badoglio nel 1944 e mantenuto ininterrottamente fino al 1981, grazie alla legge di conversione di tutti i decreti luogotenenziali assunti sino al termine della seconda guerra mondiale.

I primi stimoli per la creazione di un corpo di polizia ad ordinamento civile vennero raccolti subito dopo la fine della guerra in un documento di 14 punti, elaborato da un gruppo di ex combattenti del Corpo volontario della libertà entrati in servizio di polizia e presentato all’Assemblea Costituente le cui prime richieste erano relative all’esigenza di dare al corpo un assetto civile ed al riconoscimento dei diritti sindacali per i poliziotti. L’originale del documento è tutt’oggi custodito presso la Camera del Lavoro di Genova.

Negli anni immediatamente successivi avvennero le epurazioni di Scelba, che fece allontanare dal corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza tutti coloro che avevano un passato da partigiano, reintegrando coloro che erano stati allontanati per un passato nelle forze di polizia del passato regime.

Parallelamente iniziarono i c.d. moti carbonari che vedevano sempre più poliziotti spingere per la smilitarizzazione del corpo, sino alla costituzione nei primi anni ‘70 dei primi comitati di coordinamento, che predisposero una piattaforma rivendicativa sempre più elaborata, con l’appoggio di CGIL, CISL e UIL allora costituiti in federazione unitaria.

Nel 1973 nasce il “Comitato di studi per il riordinamento della Polizia” composto da rappresentanti di CGIL-CISL-UIL, esponenti di PCI, PSI, DC, PRI e PSDI, nonché da alcuni magistrati.

Il 21 dicembre 1974 CGIL, CISL e UIL, alla presenza dei rispettivi segretari generali Lama, Storti e Vanni, convocano all’Hotel Hilton di Roma un’assemblea nazionale che vede la partecipazione di oltre un migliaio di poliziotti.

Ne seguirono anni di battaglie politiche, in un periodo socialmente e politicamente complesso come quello degli anni di piombo, con gli appartenenti ai comitati di coordinamento che si avvicinarono sempre di più ai lavoratori ed ai sindacati, partecipando attivamente ad incontri con i lavoratori, ad assemblee sindacali ed addirittura a scioperi del mondo operaio. I poliziotti dei comitati arrivarono sinanche a sfilare con striscioni recanti l’intestazione “CGIL-CISL-UIL per la smilitarizzazione della P.S.”.

Nel frattempo proseguiva il percorso legislativo, con la presentazione di numerosi progetti di legge, ostacolati dal fronte dei contrari composto dai partiti conservatori (MSI, DC, PSDI), dagli ufficiali di P.S., da diversi prefetti e funzionari del Ministero dell’Interno e da diversi magistrati.

Finalmente nell’ottobre del 1976 il Ministro Cossiga, probabilmente ormai conscio dell’impossibilità di frenare la spinta per la democratizzazione della Polizia e della necessità di governare il forte malumore che permeava la base del Corpo e la spingeva verso espressioni di voto poco gradite al Governo (all’epoca guidato da Aldo Moro), emana una circolare che garantisce ai poliziotti il diritto di esprimere giudizi ed opinioni, di riunirsi in comitati e di riunirsi liberamente sul posto di lavoro, “in previsione del riconoscimento agli appartenenti all’Amministrazione del diritto di costituire e appartenere ad associazioni professionali con fini sindacali”.

Al termine di un periodo nero per la gestione della piazza e per le conseguenze della strategia della tensione (ricordiamo gli scontri di Valle Giulia nel 1968, a seguito dei quali Pasolini scrisse la famosa poesia, l’uccisione della Guardia di P.S. Antonio Annarumma nel 1969 e l’uccisione della guardia di P.S. Marino nel 1973 da parte di opposti estremisti) finalmente sembra tracciata in modo irreversibile la strada che porterà alla nascita della Polizia di Stato come corpo ad ordinamento civile ed al riconoscimento dei primi sindacati di Polizia. Solo per dare un inquadramento politico-sindacale ricordiamo che nel 1970 era stato emanato lo Statuto dei Lavoratori, pietra miliare nel mondo dei diritti dei lavoratori, che per i lavoratori di Polizia costituiva ancora una lontana chimera.

Da lì è un rapido susseguirsi di eventi sindacali che hanno visto i sindacati confederali dare una inesauribile spinta alla sindacalizzazione in Polizia: nel dicembre del 1976 viene approvato il regolamento nazionale per la promozione del sindacato di Polizia  aderente a CGIL CISL e UIL, sindacato che si ritiene che all’epoca raccogliesse l’80% dei consensi fra i poliziotti; l’11 febbraio 1977 si tiene un convegno all’hotel parco dei Principi di Roma su iniziativa di CGIL, CISL e UIL, alla presenza di oltre duecento poliziotti, per avviare la fase costitutiva del sindacato in Polizia; il 14 luglio del 1977 viene eletto il comitato nazionale dei lavoratori di polizia composto da sei poliziotti e dai rappresentanti dei tre sindacati confederali; il 1° luglio 1979 a Roma, CGIL, CISL e UIL insieme a 1.500 delegati iniziarono in maniera provocatoria le adesioni al sindacato di polizia, con un tesseramento che avrebbe avuto regolare avvio dal 1° gennaio 1980, data che venne rinviata il 20 luglio successivo, quando il consiglio nazionale approvò la bozza del primo statuto del nascente sindacato di polizia, facente capo ai sindacati Confederali, e che assunse definitivamente il nome di Sindacato Italiano Unitario dei Lavoratori di Polizia. Lo Statuto venne definitivamente approvato il 4 maggio successivo e si avviò la fase di preparazione del 1° congresso nazionale del SIULP.

Finalmente, con legge 1° aprile 1981 n. 121 viene approvato il nuovo Ordinamento della Pubblica Sicurezza e viene riconosciuto anche formalmente ai poliziotti il diritto di costituire associazioni sindacali, seppur formalmente senza poter “aderire, affiliarsi o avere relazioni di carattere organizzativo con altre associazioni sindacali”.

In realtà il rapporto del Siulp con CGIL, CISL e UIL ne esce sempre più rafforzato, anche attraverso grandi eventi e manifestazioni nazionali effettuate congiuntamente.

Nel 1999, preso atto dell’impossibilità di proseguire lungo un percorso sindacalmente unitario e col fine di rinvigorire la volontà di costituzione di un sindacato confederale lontano dalle spinte corporative sempre presenti fra i lavoratori e spesso favorite dall’amministrazione e dai leader degli altri sindacati, quella parte del Siulp che si riteneva più vicina ai valori della CGIL – come parallelamente fecero coloro che si sentivano più vicini alla UIL – lasciò il Siulp per costituire il Silp per la CGIL, sigla che in seguito divenne più semplicemente Silp CGIL, contestando apertamente il divieto di avere relazioni di carattere organizzativo con altre organizzazioni sindacali. 

Daniel Segre, Segretario Silp CGIL Lombardia


Minori stranieri non accompagnati, convegno Silp Cgil Varese

 

La Segreteria Provinciale Silp Cgil di Varese, in collaborazione con la Camera del Lavoro, ha organizzato per il giorno 9 giugno 2022, dalle ore 9.00 alle ore 14.00, un convegno dal titolo Minori Stranieri non accompagnati fra accoglienza ed emergenza il cui scopo è un corso formativo sulla tematica del diritto dell’immigrazione e sulle procedure e le prassi operative, con particolare riguardo ai minori stranieri non accompagnati. Sarà un momento di formazione e confronto fra gli attori del complesso sistema di accoglienza.

L’incontro formativo sarà rivolto agli operatori del settore, in primis appartenenti alle forze di polizia ed avvocati, per i quali è riconosciuto come giornata di formazione, nonché alla società civile tutta ed al mondo dell’associazionismo, la cui attività rappresenta una parte fondamentale dell’accoglienza.

ustri relatori quali: la dott.ssa Sabrina Ditaranto, Sostituto Procuratore della Repubblica presso la Procura per i minorenni di Milano, l’Assessore alle politiche sociali del Comune di Varese dott. Roberto Molinari, la presidentessa dell’Ordine degli Avvocati di Varese Avv. Elisabetta Brusa, il dott. Faustino Bertolini, dirigente dell’Ufficio Immigrazione di Sondrio e autore del libro “DIRITTO DELL’IMMIGRAZIONE”, il responsabile del Dipartimento Immigrazione della Cgil di Varese Jaques Amanì.

La partecipazione al convegno è libera e gratuita.

 

Anna Rita Abagnato – Segretario Generale SILP Cgil Varese


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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