Bisogna districarsi tra titoli roboanti e slogan per interpretare il “Piano Casa” presentato dal governo, dopo sedici mesi di annunci e continui rinvii. Mentre l‘esecutivo temporeggiava, la realtà si è imposta nella sua gravità e ha delineato in modo inequivocabile i tratti di una crisi abitativa senza precedenti, in un contesto generale di progressivo arretramento delle politiche di welfare e di sostegno alle povertà.
Prima d’ora l’unico intervento significativo, del governo in carica, classificabile alla voce “politiche abitative”, risale alla legge di bilancio 2023 con l’azzeramento dei fondi di sostegno all’affitto e alla morosità incolpevole, poi reintrodotti nel 2025, ma con risorse enormemente ridotte e del tutto insufficienti.
L’attuale quadro è molto preoccupante: le famiglie in condizioni di disagio abitativo sono 1,5 milioni, e quelle nelle graduatorie per le assegnazioni di case popolari, tra le 250.000 e le 350.000 mila.
Gli individui a rischio povertà o esclusione sociale rappresentano il 23% della popolazione (un italiano su 4) e le persone che vivono in povertà assoluta sono 5,7 milioni.
In questo contesto la condizione abitativa rappresenta un elemento discriminante nella diffusione della povertà: un milione di persone povere vivono in affitto, pari al 22% del totale di quelle che vivono in locazione. Mentre tra coloro che vivono in case di proprietà la percentuale scende al 4,7%.
Al contempo l’Italia ha una dotazione di edilizia pubblica tra le meno consistenti in Europa e si stima che circa 100 mila alloggi pubblici siano vuoti.
In questo contesto una presa in carico della questione abitativa a livello nazionale non era più rinviabile e dopo decenni di neoliberismo e “mercato che si autogoverna” si è imposto un cambio di paradigma, come unica leva possibile per agire sulla realtà: l’intervento diretto dello stato nel comparto abitativo.
Il governo Meloni, ha quindi scelto di optare per il titolo di “100 mila nuovi alloggi”. Se il titolo è efficace, lo svolgimento appare molto meno convincente.
Il piano non prevede la costruzione di nuovi alloggi pubblici. I 60 mila alloggi previsti verranno reperiti dalla ristrutturazione di altrettante unità immobiliari già di edilizia pubblica, attualmente vuote. L’obiettivo, è di per sé meritevole, tanto da rappresentare, anche nel nostro territorio, una delle istanze che sosteniamo con forza.
Tuttavia, le risorse stanziate (970 milioni all’anno, per quattro anni) sono insufficienti e si stima che potrebbero consentire la ristrutturazione di un numero sensibilmente inferiore di alloggi, con tempistiche dilatate.
Inoltre tali previsioni non fanno i conti con lo stato generalizzato di abbandono in cui versano i quartieri popolari. Dopo decenni di disinvestimenti, lo stato dell’edilizia pubblica è tale che, senza un piano nazionale di manutenzioni straordinarie, in pochi anni sarà pregiudicato l’utilizzo di quote consistenti di patrimonio attualmente assegnato.
Ad aggravare ulteriormente la situazione, si aggiunga che nella stessa iniziativa legislativa il governo decide di promuovere la vendita di una parte del patrimonio di edilizia pubblica, in piena continuità con quanto accaduto negli ultimi decenni, nel corso dei quali il numero di case popolari vendute ha superato quelle di nuova costruzione.
I numeri annunciati quindi non tornano: più che di un piano casa si tratta di un progetto mascherato di dismissione progressiva del patrimonio pubblico.
Secondo i piani governativi l’ulteriore quota di “nuovi alloggi” deriverebbe direttamente dall’intervento di grandi investitori privati e fondi immobiliari, a cui verrebbero concesse semplificazioni e forme di deregolamentazione urbanistica per la costruzione di immobili. La contropartita in capo a questi attori economici dovrebbe essere la costruzione di una quota di alloggi destinati alla vendita a prezzi agevolati (il 33% in meno rispetto a quelli di mercato).
Si rischia di favorire l’interesse di pochi, drenando risorse pubbliche e concedendo deroghe urbanistiche a scapito degli interessi dei molti, come spesso è avvenuto sotto il cappello del “social housing” nel nostro paese. I prezzi di vendita ribassati secondo il criterio genericamente previsto dal governo, sarebbero comunque troppo elevati per consentire l’acquisto sia a chi vive problemi di grave vulnerabilità abitativa, sia al ceto medio impoverito, soprattutto nei grandi centri abitati dove si concentrerebbero inevitabilmente tali interventi.
Mentre la realtà dietro ai titoli ci restituisce un piano fatto di manutenzioni parziali del patrimonio pubblico, di una dismissione di parte dello stesso e tempistiche dilatate, il governo sceglie di promuovere per decreto un’accelerazione degli sfratti. Gli sfratti oggi sono emessi, in gran parte, per morosità e riguardano famiglie in gravi difficoltà economiche a causa di malattie, licenziamenti, disoccupazione. In rapida ascesa è anche il numero degli sfratti per finita locazione, i quali colpiscono nuclei famigliari che ricevono disdette del contratto e che, a causa dell’innalzamento dei valori degli affitti, non riescono a individuare un’alternativa accessibile per le loro tasche.
In un paese in cui il 20% della popolazione detiene il 70% della ricchezza nazionale, questa appare come l’ennesima iniziativa legislativa che colpisce chi è già in grave difficoltà economica o in una condizione di esclusione sociale.
Tale realtà impone a tutte le forze sindacali e sociali di organizzare nei prossimi mesi una presenza costante nei territori e nei quartieri popolari, capace di monitorare lo stato dell’edilizia pubblica e la reale attivazione di progetti di riqualificazione. Allo stesso tempo è necessaria un’azione altrettanto decisa per richiedere interventi immediati che tutelino e sostengano tutti coloro che ogni giorno vengono spogliati di diritti e dignità.
Andrea Cazzolaro – Segretario generale Sunia Varese