Partiamo da un numero: 3,1 milioni. Sono i lavoratori impiegati nel 2025, in appalti pubblici e privati in Italia. Nel 2002 erano appena 1,1 milioni. Stiamo parlando di una trasformazione strutturale profonda. Il lavoro è stato frammentato e questa frammentazione ha un costo umano che non possiamo ignorare: il 67% degli infortuni gravi o mortali avviene proprio nel labirinto di appalti e subappalti. Questo dato chiarisce subito una cosa fondamentale. Non è solo una questione salariale e di diritti negati, stiamo parlando di un’emergenza legata alla salute e alla pelle delle persone che la mattina escono per andare a lavorare.
Per capire come siamo giunti a questo punto dobbiamo tornare ai primi anni 2000. Entriamo nell’euro e all’improvviso l’Italia non può più giocare la carta della svalutazione per restare competitiva, allora, le scelte politiche come il libro bianco di Maroni nel 2001 e la successiva deregolamentazione dettata dalla Legge Biagi scelgono la strada della flessibilizzazione o meglio del precariato. L’idea di fondo era competere abbassando il costo del lavoro. Si sono moltiplicati i contratti, si sono liberalizzati gli appalti e la giungla in cui ci troviamo oggi è il risultato diretto di quelle scelte.
Immaginatevi una scena: due operai sulla stessa identica linea di produzione fanno le stesse identiche cose, ma uno è un dipendente diretto dell’azienda, ha tutele forti, un salario stabile. Al suo fianco c’è un lavoratore in appalto, stessa fatica, ma salario più basso e il ricatto del rinnovo del contratto e un rischio infortuni molto più alto. L’appalto diventa condizione di “sfruttamento permanente”.
Come si difendono davvero le condizioni di lavoro in questo caos? La proposta di legge di iniziativa popolare della CGIL parte da un principio cardine che è la regola d’oro per un sindacalista: STESSO LAVORO, STESSO CONTRATTO. Se tu, lavoratore in appalto, stai svolgendo le attività principali per cui quell’azienda esiste devi avere esattamente gli stessi soldi, gli stessi diritti e lo stesso inquadramento dei dipendenti diretti perché l’unico vero motivo per cui le aziende oggi esternalizzano è il mero risparmio economico sulle spalle dei lavoratori. Questo deve valere tanto per i lavoratori dipendenti quanto per le Partite IVA – le finte partire IVA – altra grande piaga del mercato del lavoro. Il tuo compenso, che tu sia un lavoratore in appalto o un “libero professionista”, non può essere inferiore a quello che costerebbe un dipendente di pari livello nella azienda madre.
Altro pilastro della proposta: sicurezza e responsabilità. Negli appalti pubblici la legge parla chiaro: chi commissiona il lavoro deve verificare che l’azienda appaltatrice abbia mezzi e personale adeguati. Ma nel privato? Nel privato c’è un vuoto, le responsabilità si annacquano. La proposta chiede di prendere quelle tutele previste per gli appalti pubblici e imporle anche nel settore privato perché non si può continuare a morire per la fretta o per cantieri sovrapposti in modo criminale, come per le tragedie avvenute a Firenze o a Brandizzo. Serve, anche nel privato applicare per legge la responsabilità in solido.
Se accade un incidente o ci sono mancati pagamenti in fondo alla catena del subappalto, a pagare i danni e a risarcire i lavoratori deve concorrere l’azienda principale, direttamente, appunto in solido. E per comprendere di quanto ci sia bisogno di questa responsabilità, basta questo numero: 14.570. Sono i casi di interposizione fittizia di manodopera – appalti illeciti – scoperti dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro nel 2025 con un aumento dell’8,3% rispetto all’anno prima. Stiamo parlando di finte aziende, senza mezzi e senza organizzazione, create con l’unico scopo di fare da serbatoio di manodopera a bassissimo costo ad uso e consumo dei committenti. Abbiamo citato, all’inizio, l’incidenza degli infortuni nella catena degli appalti. Serve prendere atto che una azienda sana deve dimostrare di saper fare il lavoro e di eseguirne la maggior parte in prima persona e vietare del tutto i subappalti a cascata nei settori a più alto rischio di infortuni.
Una architettura importante e complessa della nostra proposta che non piove dal cielo. Se allarghiamo lo sguardo, vediamo che questa Legge di iniziativa popolare è il punto di approdo di una lunghissima battaglia della CGIL. È iniziata nel 2015 spingendo per la legge del Codice degli appalti pubblici, poi con le singole vertenze e la contrattazione inclusiva di anticipo. Abbiamo incassato successi normativi come la legge 56 del 2024 (PNRR con l’obbligo di dichiarare il CCNL applicato tra quelli siglati dalle Organizzazioni maggiormente rappresentative) e infine la grande mobilitazione dei referendum promossi dalla CGIL sulla responsabilità in solido del giugno 2025 dove il quorum non è stato raggiunto ma ben 13 milioni di persone hanno votato Sì. Questo il senso del fare sindacato oggi: prendere 100, 1000 vertenze frammentate in aziende diverse e unirle in un’unica battaglia strutturale per ricostruire le tutele di tutti.
Infine, una domanda chiave: aumento della qualità del lavoro, dumping salariale, corsa al massimo ribasso, illegalità. Non meritano forse l’attenzione anche da parte delle imprese? Rimettere al centro le tutele non è una zavorra per la crescita, ma il modo per avere uno sviluppo sano e sostenibile.
Stefano Rizzi – Segretario organizzativo Cgil Varese