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Una legge per chiedere più risorse per il Sistema sanitario nazionale, più attenzione al territorio, più continuità assistenziale

Proporre una legge di iniziativa popolare non è mai un percorso semplice né scontato, soprattutto considerando gli attuali equilibri politici che rischiano di renderlo tortuoso. Eppure, la grande mobilitazione della CGIL e di oltre 130 associazioni della società civile tende a dimostrare che non è più possibile restare in silenzio di fronte al declino del Servizio Sanitario che deve garantire il diritto fondamentale alla salute, attraverso il lavoro di professionisti qualificati ed adeguatamente valorizzati, l’universalità e l’esigibilità dei diritti. Per farlo, occorre una decisa inversione di tendenza nelle scelte organizzative e di finanziamento, ripartendo da un sistema pubblico realmente efficiente.

Il cuore finanziario della proposta risiede in una richiesta precisa: portare il finanziamento del Fondo Sanitario Nazionale ad almeno il 7,5% del PIL. Attualmente l’Italia si attesta a un drammatico 6,15%, con una tendenza a scendere sotto il 6% entro il 2028, posizionando il Paese al 20° posto in Europa, ben al di sotto della media dell’Unione europea, calcolata all’8,1% e lontanissimo da nazioni come Germania e Francia, che superano il 10%.

Calcolare la spesa in percentuale sul PIL, anziché in valore assoluto come fa l’attuale Governo, è l’unico modo per garantire un investimento sostenibile e trasparente; infatti così facendo, si misura il contributo reale a favore dei cittadini; al contrario, ragionare rispetto al valore assoluto (i miliardi di euro utilizzati in termini propagandistici dal Governo) è un artificio per mascherare i tagli reali; ancora la salute rispetto alla ricchezza del Paese: se il PIL sale e la sanità resta ferma, in termini reali si sta tagliando; per quanto riguarda il patto sociale: la salute non deve essere considerata un lusso per i tempi d’oro, ma una quota proporzionale della ricchezza collettiva ed all’inflazione come spiega mirabilmente il professor Cartabellotta.

Se l’incremento degli stanziamenti rappresenta il punto di partenza, è necessario che maggiori disponibilità si traducano in vantaggi concreti per le persone. Innanzi tutto è auspicabile scardinare una visione obsoleta incentrata esclusivamente sull’ospedale. La proposta Cgil (allineandosi al DM 77/2022) rilancia la centralità del territorio e quindi del Distretto socio-sanitario. Il vero obiettivo è ripristinare la storica integrazione tra il sistema sanitario e quello socio-sanitario, andata perduta negli ultimi decenni.

Il luogo fisico e ideale di questa nuova impostazione dovrà essere la Casa della Comunità. Non un semplice poliambulatorio, ma uno spazio in cui le attività sanitarie (medici di medicina generale, pediatri, specialisti) si integrano strettamente con i servizi sociali dei Comuni e il tessuto associativo territoriale. L’assistenza deve diventare multiprofessionale e interdisciplinare, raggiungendo il cittadino direttamente a domicilio e garantendo la partecipazione attiva della popolazione.

Il mal funzionamento del sistema attuale, i cui finanziamenti sono insufficienti e utilizzati male con un indubbio sbilanciamento verso il privato, si ripercuote sui tempi d’attesa per ottenere le prestazioni.

Le lunghe liste d’attesa sono il sintomo più drammatico e visibile per i cittadini, che spesso si trovano costretti a pagare di tasca propria o, nei casi peggiori, a rinunciare alle cure. La proposta esige il rispetto rigoroso dei tempi previsti dalle classi di priorità cliniche.

Per i pazienti cronici, inoltre, si chiede che le prenotazioni vengano gestite direttamente dai responsabili dell’assistenza, garantendo una reale continuità assistenziale. Tuttavia, per risolvere il problema non bastano interventi superficiali: i tempi d’attesa si abbattono solo eliminando le cause strutturali, ovvero investendo sul personale, rafforzando il territorio e limitando i privilegi ai privati.

Fragilità al centro: non autosufficienza, genere e salute mentale

Trovare una soluzione al problema dei tempi di attesa, certamente non è più un’emergenza, ma una situazione consolidata. Significa anche dare risposte alle specifiche necessità della popolazione, partendo dalle fasce più vulnerabili, come un SSN universale deve saper fare.

In merito alla non autosufficienza: i 3,9 milioni di anziani non autosufficienti rappresentano una priorità assoluta. Si propone il potenziamento dei percorsi assistenziali domiciliari per prendere in carico il 20% degli over 65, un incremento del Fondo nazionale e l’introduzione di una prestazione universale rimodulata tra gli 850 e i 1.800 euro mensili per i bisogni più gravi (con ISEE entro i 50.000 euro).

Altro aspetto saliente della proposta di legge è rappresentato dalla Sanità di genere, per la quale si prevede il forte potenziamento dei consultori familiari (uno ogni 20.000 abitanti) con équipe multiprofessionali, contraccezione gratuita, accesso garantito all’IVG farmacologica in ogni distretto, assistenza domiciliare nel puerperio ed educazione sessuo-affettiva nelle scuole.

La proposta non dimentica due aspetti dell’universo salute dalle forti implicazioni sociali: la Salute mentale e le dipendenze; infatti la sofferenza psichica e il disagio sociale sono in forte aumento. La legge impone percorsi assistenziali personalizzati e inclusivi per adulti e minori, il potenziamento del personale nei servizi territoriali, progetti per il superamento della contenzione e programmi specifici per la salute delle persone detenute o con problemi di dipendenza e gioco d’azzardo.

Infine, da abitanti della Lombardia, dobbiamo doverosamente analizzare un fenomeno critico che la nostra proposta di legge può interrompere, l’effetto traino, negativo, della nostra Regione sull’intero sistema che dura quasi da trent’anni fa, a partire dalla L.R. 31/97 con la quale si è avviata una logica di aziendalizzazione spinta, separando la sanità dal sistema socio – assistenziale e trasformando le strutture in realtà votate al profitto.

Invece di allineare ai diritti del paziente i servizi di base accreditati, l’attuale sistema favorisce le prestazioni del privato in grado di produrre maggiori guadagni, lasciando che persino gli Ospedali di Comunità finiscano in mani private. Purtroppo, questo “modello lombardo” fondato sull’erosione del pubblico e sull’espansione del privato accreditato è stato gradualmente acquisito ed esportato in altre Regioni italiane, quindi riteniamo necessaria un’inversione di tendenza.

Fermare questa deriva e rimettere il paziente al centro non è una velleità di parte, ma un dovere collettivo. Sostenere la raccolta firme significa riappropriarsi del diritto alla salute prima che diventi un lusso accessibile a pochi.

Francesco Vazzana – Responsabile Sportello Sociale Cgil Varese

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