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Dalla prevenzione alla solitudine, dall’alimentazione al ruolo dei nonni……

 

Vivere più a lungo non basta: la sfida è invecchiare in salute, autonomia e relazione

Dalla prevenzione alla solitudine, dall’alimentazione al ruolo dei nonni, fino alla necessità di ripensare welfare e servizi: l’allungamento della vita impone di guardare alla terza età non soltanto come a una fase di fragilità, ma come a un tempo in cui continuare a essere protagonisti della comunità. Se n’è parlato in incontro promosso da Spi Cgil

invecchiamento attivoVivere più a lungo è una conquista, ma non può essere l’unico obiettivo. La questione decisiva è come si vivono gli anni guadagnati: con quale stato di salute, quanta autonomia, quali relazioni e quale possibilità di continuare ad avere un ruolo nella società. È attorno a questa domanda che si intrecciano alcuni dei temi più importanti legati all’invecchiamento: prevenzione, alimentazione, solitudine, trasformazione delle famiglie, accesso ai servizi e partecipazione sociale.

Il punto di partenza è un cambiamento demografico ormai strutturale. Gli anziani aumentano, mentre le reti familiari che tradizionalmente ne sostenevano la quotidianità diventano più fragili: crescono le persone che vivono sole, le coppie senza figli vicini e le situazioni nelle quali l’assistenza ricade su un numero sempre più ristretto di familiari. È quindi il significato stesso della longevità a cambiare: non soltanto aggiungere anni alla vita, ma provare ad aggiungere vita agli anni.

«La sfida per il futuro non è soltanto vivere più a lungo, ma creare le condizioni per vivere più a lungo in salute, autonomia e benessere psicologico», ha sintetizzato Carlo Nicora, direttore generale della Fondazione Molina, intervenendo all’incontro promosso da Spi Cgil a Materia Spazio Libero. Una distinzione che Nicora ha sviluppato mettendo a confronto due concetti complementari: l’invecchiamento sano, legato soprattutto alla capacità funzionale e alla salute fisica e cognitiva, e la longevità attiva, che riguarda invece partecipazione, autonomia e possibilità di continuare a dare significato ai propri anni.

invecchiamento attivo

Il nodo è anche quello della prevenzione. Una vita più lunga, infatti, non coincide necessariamente con una vita più lunga in buona salute. Da qui la necessità di intervenire prima che la fragilità diventi non autosufficienza, lavorando non soltanto sulla diagnosi precoce ma anche sugli stili di vita, sull’attività fisica, sulla nutrizione, sul benessere psicologico e sull’integrazione tra servizi sanitari e sociali.

«Il prendersi cura di sé è un pezzo che dà valore alla possibilità che noi poi stiamo bene», ha sottolineato Nicora, ricordando anche un aspetto spesso trascurato: molte persone anziane continuano a occuparsi degli altri, come caregiver, nonni o volontari, ma proprio per questo rischiano di lasciare poco spazio alla propria salute e al proprio benessere. «Lo spazio per noi va assolutamente preso. Non bisogna vivere un senso di colpa nel togliere qualcosa a qualcun altro». 

Solitudine e alimentazione, due problemi che spesso si incontrano

Tra i temi che attraversano più direttamente la quotidianità degli anziani c’è quello della solitudine, che non riguarda soltanto la dimensione emotiva ma può avere conseguenze molto concrete sulla salute. E uno degli ambiti in cui questo legame diventa più evidente è proprio l’alimentazione. «Una cattiva nutrizione è spesso, non dico sempre, il risultato di una solitudine», ha osservato Rosa Romano, presidente di Auser territoriale Varese. «Una persona sola non ha voglia di cucinare per sé. Immaginiamo una donna che ha sempre cucinato per la famiglia e improvvisamente si trova da sola: deve imparare che esiste anche lei come persona e che deve fare qualcosa per sé».

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Il tema alimentare, quindi, va ben oltre la composizione di una dieta. Significa disponibilità economica, capacità di fare la spesa, possibilità di muoversi, voglia di cucinare, occasioni di incontro. Ed è proprio nell’esperienza quotidiana dei servizi di accompagnamento, consegna dei pasti e aiuto alla spesa che Auser incontra molte di queste fragilità.

Ma per Romano la risposta non può limitarsi alla prestazione assistenziale. L’obiettivo deve essere anche creare occasioni di socialità: laboratori, corsi, centri di incontro, attività culturali e ricreative. «Oltre al discorso alimentare c’è il desiderio di fare coesione, di fare in modo che la loro solitudine si riduca».

Non solo fragilità: gli anziani come risorsa

C’è poi un tema culturale: come si racconta la vecchiaia e quale immagine della persona anziana viene restituita dalla società.
Su questo ha insistito Alessandra Vicentini, del Centro di Ricerca per l’Invecchiamento di Successo dell’Università dell’Insubria. Il fenomeno dell’invecchiamento, ha spiegato, non può essere affrontato esclusivamente dal punto di vista medico o biologico, perché coinvolge anche aspetti economici, giuridici, sociali, linguistici e culturali.

«Occorre anche cambiare il modo in cui si parla di vecchiaia», ha osservato Vicentini. Le parole, infatti, contribuiscono a costruire una rappresentazione: parlare dell’anziano soltanto in termini di fragilità, dipendenza o bisogno rischia di oscurare competenze, esperienze e possibilità di partecipazione. «C’è una questione di identità personale dell’anziano, ma anche di identità che la nostra stessa società contribuisce a creare».

L’invecchiamento di successo, in questa prospettiva, non significa negare le difficoltà legate all’età, ma costruire condizioni nelle quali le persone possano rimanere il più a lungo possibile attive, autonome e inserite nella vita della comunità.

I nonni come “antenne” per il benessere dei più giovani

Il protagonismo della terza età emerge anche nel rapporto tra generazioni. Sempre più spesso i nonni partecipano alla vita quotidiana dei nipoti: li accompagnano a scuola, trascorrono con loro pomeriggi e periodi di vacanza, preparano pranzo e merenda. Una presenza che può trasformarsi anche in una preziosa capacità di osservazione.

Su questo versante Federica Sartini, psicoterapeuta della rete Food for Mind, ha richiamato l’attenzione sui disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, la cui età di esordio si è progressivamente abbassata.

«Il cibo non è mai solo cibo», ha spiegato. «Sin da quando nasciamo è una fonte di nutrimento biologico, ma soprattutto affettivo». Il rapporto con il cibo si costruisce quindi all’interno delle relazioni, dei ricordi e dei rituali familiari: il piatto preparato dalla nonna, la torta del compleanno, la tavola condivisa diventano parti di una memoria affettiva.

Proprio per questo i nonni, se informati, possono diventare anche “antenne” capaci di cogliere alcuni cambiamenti: non soltanto quanto un ragazzo mangia, ma il modo in cui vive i pasti, il rapporto con il proprio corpo, il progressivo isolamento o la perdita di interesse per occasioni familiari e sociali.

Sartini ha messo in guardia anche dall’estremo opposto: l’ossessione contemporanea per il cibo considerato perfettamente sano. «L’ortoressia si sviluppa quando le persone iniziano a essere ossessionate dai cibi sani», ha spiegato, ricordando che anche un comportamento apparentemente virtuoso può diventare problematico quando finisce per occupare tutta la vita della persona.

Una rete che tenga insieme pubblico, sanità e territorio

Tutti questi temi riportano infine a una questione comune: nessun soggetto può affrontare da solo la trasformazione demografica in corso.
L’assessore alle Politiche sociali del Comune di Varese Roberto Molinari ha richiamato la necessità di un nuovo rapporto tra istituzioni, terzo settore e realtà private. «Uno degli elementi fondamentali è un rapporto propositivo e positivo tra pubblico, terzo settore, privato e sociale, perché soltanto unendo le proprie forze si potranno affrontare determinati problemi».

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Una prospettiva ripresa nelle conclusioni da Giacomo Licata, segretario generale dello Spi Cgil Varese, che ha sottolineato la necessità di non legare automaticamente il tema dell’anziano a quello della sola assistenza.

«Abbiamo voluto slegare il tema dell’anziano dal tema della cura, provando a dare anche un’accezione positiva», ha spiegato Licata. Accanto alle tutele rimane infatti il protagonismo: quello di una generazione che può avere problemi di salute o di accesso ai servizi, ma che conserva competenze, esperienza, capacità di volontariato e una presenza importante nella vita delle famiglie e delle comunità.

«C’è una testa che funziona, c’è una forza di volontà e, in molti casi, anche una forza psicofisica. Tutto questo si può mettere a disposizione di una collettività che oggi ne ha estremamente bisogno».

È probabilmente qui che si trova il filo che lega insieme tutti i temi: invecchiare non come progressiva uscita dalla società, ma come trasformazione del proprio posto al suo interno. E una comunità che diventa più anziana dovrà imparare non soltanto a curare meglio le proprie fragilità, ma anche a riconoscere e utilizzare meglio le risorse che questa parte crescente della popolazione può ancora offrire.

da Varesenews 1/10/26

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