Cgil Varese Informa – Anno I – Numero 6

IL GOVERNO DRAGHI ALLA PROVA DEI FATTI

Dal 23 febbraio 2020 l’agenda del governo – prima per il Conte 2 e ora per il governo Draghi – è dettata inesorabilmente dall’emergenza provocata dal coronavirus, dopo le due grandi guerre, la più grave crisi che il mondo abbia mai vissuto. Il Governo Draghi sostenuto da una coalizione di governo insolitamente ampia e non priva di contraddizioni, si trova ad affrontare la grave situazione in atto in uno scenario che è notevolmente cambiato rispetto al governo precedente soprattutto su un punto: il vaccino.

I vaccini che in questi mesi sono entrati in produzione, ci fanno sperare di essere quasi alla fine del tunnel, sottolineo il “quasi”. Infatti le difficoltà di approvvigionamento dei vaccini a causa della corsa dei Paesi all’accaparramento mondiale delle dosi ci fanno temere rispetto ai tempi della somministrazione di massa annunciata dal Presidente Draghi. Questo vale soprattutto per noi cittadini lombardi. La Lombardia è stata fin dall’inizio della diffusione del virus la peggiore fra tutte le regioni per le mancate decisioni in merito alla prevenzione, per le scelte sbagliate rispetto ai tamponi, alle RSA e in ultimo persino rispetto alla promozione della campagna vaccinale nei luoghi di lavoro affrontando il tema in puro stile propagandistico.

Nel discorso d’insediamento il Presidente Draghi ha toccato tutti gli argomenti attesi dai più. Il suo discorso ampio e articolato è stato notevolmente apprezzato da tutti, anche da chi fino al giorno prima sosteneva esattamente il contrario. Un discorso adeguato per un governo di “unità nazionale”.

Eppure è mancato un chiaro riferimento al ruolo dello Stato, quel ruolo fondamentale rispetto alle scelte di politica economica che il NGEU richiede. Lo Stato che riconduce le spinte del capitale privato verso uno sviluppo ed un interesse collettivo per le attuali e future generazioni attraverso la digitalizzazione e la rivoluzione green, in una società dove la lotta alle disuguaglianze resta ai primi posti dell’agenda politica.

Il Governo ha preso l’impegno di arrivare entro l’autunno ad una riforma degli ammortizzatori sociali condivisa. Per noi vuol dire dare a tutti una tutela economica più ampia possibile in una fase difficile che  proseguirà in  molti settori, anche quando saremo fuori dall’emergenza per effetto della transizione tecnologica e digitale.  Nel Decreto Sostegni sono contenuti elementi positivi e negativi. Licenziamenti: le imprese industriali potranno procedere ai licenziamenti dal 1° luglio mentre per i settori più in difficoltà (trasporti, turismo e servizi) dal 1° ottobre; senza una riforma in atto degli ammortizzatori sociali molti lavoratori potranno essere licenziati con ammortizzatori sociali  e politiche attive inadeguate.  Condono fiscale: cancellazione del debito verso il fisco di chi non ha pagato le tasse dal 2000 al 2010 fino a 5mila euro. Attenzione, non si tratta della cancellazione per casi gravi quali i fallimenti, i licenziamenti ecc. ma una mera cancellazione dei crediti ritenuti non esigibili. I furbetti ringraziano!  Indennità: se da un lato si è allargata la platea dei lavoratori  che percepiranno i sostegni dall’altra è stato diminuito l’importo mensile che sarà di 800 euro, una scelta non opportuna in una situazione dove la povertà è in aumento. Positivo l’allungamento della cassa covid e   il proseguimento del blocco degli sfratti, ma non è prevista alcuna soluzione che porti sostegni ai proprietari.

I rinnovi dei contratti, l’applicazione dell’accordo quadro per la pubblica amministrazione, la riforma fiscale, la lotta contro l’evasione fiscale, il miglioramento della sanità pubblica, gli investimenti nella scuola e università, la legge nazionale sulla non autosufficienza e dell’assistenza socio-sanitaria degli anziani, sono solo alcuni grandi temi sui quali aspettiamo il Governo Draghi alla prova dei fatti. Non mancheranno le nostre proposte, ma anche le nostre proteste qualora i diversi tavoli dovessero andare in direzioni diverse.

Stefania Filetti – Segretario Generale Cgil Varese


SMARTWORKING IN TEMPI DI COVID… MA È PROPRIO COSÌ SMART?

Non tutti la pensano allo stesso modo sullo smartworking. C’è chi lo approva e chi lo critica, certo bisogna uscire dalla sperimentazione autonoma.

Se nel 2019 contavano poco più di 570.000 lavoratori in smartworking, ora sono oltre 8 milioni.

Durante l’emergenza Covid-19 il governo è intervenuto sulle modalità di accesso allo smartworking sospendendo di fatto la Legge 81/2017 che disciplinava il lavoro agile, introducendo una versione semplificata e deregolamentata, estendibile per l’intera durata della dello stato di emergenza, in vigore per il momento fino al 30 aprile 2021, e rivolta ad ogni tipo di lavoro subordinato su tutto il territorio nazionale.

E’ del tutto evidente: non è stato smartworking quello che moltissime lavoratrici e lavoratori hanno svolto nel nostro tempo pandemico. L’abbiamo letto così, ma l’abbiamo pronunciato in modo diverso: telelavoro, lavoro a domicilio, lavoro agli arresti domiciliari, ciascuno di noi secondo la sua declinazione preferita – ma è stato, ed è, fondamentale visto il perdurare delle limitazioni legate all’emergenza sanitaria.

Ha tenuto in piedi posti di lavoro e reddito, e ha svuotato le città dal pericolo di contagio. Ma si è trattato di un’esperienza forzata di lavoro da remoto praticata in modo autarchico e sperimentale, senza formazione e preparazione, improvvisando videochiamate, scaricando software su software, gestendo male, spesso molto male, gli orari con mansioni sempre più dilatate nel tempo.

Per le aziende il lavoro agile è stata invece una voce di risparmio, al netto del costo del lavoro (salario e contribuiti), gli uffici, ormai pressoché vuoti, hanno ridotto fortemente una serie di spese: pulizie, vigilanza portierato, aree parcheggio, mense, telefono, riscaldamento, energia elettrica, ecc.   senza mai una vera redistribuzione, oltre agli straordinari che da casa non esistono perché si lavora su obiettivi indipendentemente dalle ore lavorate, e quindi ciascun dipendente è responsabile della sua organizzazione del lavoro.  Il risultato è che alcune imprese hanno preso in considerazione la possibilità di chiudere definitivamente alcuni spazi o sedi.

Da questa esperienza collettiva di lavoro a distanza non si tornerà indietro è arrivato il momento di voltare pagina e di organizzare le cose in modo corretto, per fare in modo che un sedicente smartworking non si trasformi in iperworking o telelavoro coatto, ed è dal binomio consapevolezza e contrattazione che si gioca il futuro di questo strumento che di per se è neutro, ma può diventare da buono a cattivo se non governato.

Che la situazione non sia tanto smart quindi sta anche nei processi non definiti, tecnologie non note o che fanno le bizze, poca dimestichezza con gli strumenti e una rete infrastrutturale che ha retto ma non è adeguata ai bisogni sempre più crescenti che il mondo digitale richiede.

Rimane un’opportunità da gestire, una nuova modalità di prestazione che può essere uno strumento importante di riorganizzazione del lavoro se fatto con intelligenza e attraverso la contrattazione; lo smartworking è utile anche nella gestione della vita e degli orari della città, ma si deve evitare che diventi uno strumento di gestione unilaterale da parte delle aziende. L’aumento di produttività fortissimo rischia di trasformare lo smartworking in qualcosa di più sfruttato e sfruttante del lavoro in sede.

Guardando ai settori pubblici, questo terremoto ha reso evidente che una trasformazione è possibile anche in luoghi dove la norma faticava ad entrare in vigore. Le persone si sono auto attrezzate, e spesso non è stato possibile scegliere, mentre l’opzione è un tema importante. Lavorare totalmente da remoto e da casa, se portato alle estreme conseguenze, rischia di far perdere elementi di socialità e vita collettiva fondamentali. Senza dimenticare gli oneri sulle donne sommando il lavoro di cura e l’enorme onere in generale per i genitori che lavorano, chiamati ad assumere i ruoli di insegnanti e assistenti, mentre continuano a svolgere il loro lavoro.

Ci devono essere regole chiare sui tempi di disponibilità o indisponibilità dei lavoratori, il così detto “diritto alla disconnessione” e la possibilità di alternare il lavoro da casa e in sede che già molta contrattazione aziendale prevede.

Ed è essenziale che i lavoratori, supportati quindi dalla contrattazione, creino le proprie condizioni personali per una gestione efficace del tempo con una linea di demarcazione tra lavoro e vita privata.

Pino Pizzo – Segreteria Cgil Varese


SANITÀ, UN IMPEGNO NELL’INTERESSE DI LAVORATORI E CITTADINI

L’anno che si è da poco concluso è stato un anno terribile, un anno che probabilmente finirà nei libri di Storia per quello che è successo; ma la pandemia che ha colpito tutto il mondo, e di cui la Lombardia è stata non volendo uno degli epicentri massimi d’Europa, ha mostrato tutta la debolezza del Sistema Sanitario Regionale e, per estensione, anche del Sistema SocioSanitario. Ospedali, RSA, strutture per Disabili sono state colpite duramente e ancora oggi ne pagano l’alto prezzo in termini di vite umane e di qualità del lavoro. La retorica degli eroi (mal sopportata dagli operatori stessi) non può e non deve nascondere le problematiche e criticità del sistema: mancanza di personale, procedure e protocolli da rincorrere “in opera”, impoverimento della rete sul territorio sono solo le punte visibili di un problema più vasto. Per questo il 2021 ci offre un’occasione che non possiamo non cogliere: la revisione della Legge Regionale 23 del 2015. Questa Legge, che ha guidato la Riforma dell’organizzazione della Sanità Lombarda portandola alla sua forma attuale, ha esaurito i suoi effetti con la fine dell’anno 2020 ed è prevista nel 2021 una revisione. Una revisione che, come sempre, ci vede essere parte attiva. Le proposte, unitarie e trasversali (coinvolgono infatti anche le confederazioni e le federazioni dei pensionati) possono essere riassunte in due grandi sfide cardine: prevenzione e prossimità.

Senza dover entrare in tecnicismi che risulterebbero poco interessanti, crediamo di dover proporre con forza una piattaforma articolata che raccolga la sfida di una nuova sanità pubblica, invertendo la curva di privatizzazione che da troppi anni stiamo vivendo (per la verità, in tutta Italia) ma che non possa prescindere dalla creazione di una regia più snella, con un unico assessorato per la gestione unitaria delle Politiche sanitarie, Sociosanitarie territoriali e Sociali a prevalente impatto sanitario e socio-sanitario (quindi tutto ciò che afferisce alle RSA e al mondo della disabilità e delle fragilità). Ci sembra inoltre doveroso proporre il superamento del modello delle ATS, a favore di una scelta più omogenea e attraverso la costituzione di un’unica Agenzia di controllo regionale con funzioni di vigilanza e controllo e di indirizzo e supporto alle ASST e potenziare l’agenzia per le emergenze-urgenze, AREU. Pensiamo inoltre che sia doverosa una riorganizzazione delle reti delle ASST che assicuri il coinvolgimento e il confronto attivo e la partecipazione delle OO.SS. maggiormente rappresentative unitamente al potenziamento dei Distretti sociosanitari, vero fulcro della rete sul territorio, imprescindibile per una riorganizzazione a distribuzione capillare.

Come Funzione Pubblica, crediamo che si debba cogliere appieno questa opportunità, imparando dagli errori e dalle criticità emerse nel passato, per garantire una Sanità Pubblica ed universalistica che eroghi con prontezza le prestazioni ai cittadini e rispetti i lavoratori che ogni giorno prestano la loro opera nella rete regionale e ci metteremo in gioco attivamente per guidare una riforma in tal senso. Come Organizzazione Sindacale infatti, crediamo di dover attenzionare questo tema rendendolo centrale nella nostra agenda preoccupati da una situazione, quella attuale, che da un lato non garantisce condizioni di lavoro accettabili per i dipendenti, e dall’altra sembra aver dato risposte inefficaci e insufficienti ai bisogni della cittadinanza.

Segreteria FP Cgil Varese


IL MONDO DELLA SCUOLA, TRA COVID E INNOVAZIONE

Mondo della scuola a confronto con la pandemia e tutte le sue ricadute su organizzazione e didattica. Una situazione difficile, su cui prende la parola Alessandro Viggiano, Segretario generale FLC Cgil Varese.

Come ha reagito il mondo della scuola ai problemi creati dall’emergenza sanitaria?

La scuola ha reagito positivamente con una forte adesione alla campagna di vaccinazione, un aspetto da rimarcare anche come risposta all’appello lanciato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. In questa fase stiamo gestendo la Didattica a distanza, ma auspichiamo che prima possibile si possa decidere il rientro a scuola. Certamente registriamo problemi e difficoltà nelle famiglie.

Quali sono le iniziative che vengono messe in atto nel mondo della scuola in questa fase?

E’ in atto una campagna che riguarda inserimento e aggiornamento delle graduatorie del personale ATA di terza fascia (personale amministrativo, tecnico e ausiliario degli istituti e scuole di istruzione primaria e secondaria). Tali graduatorie si rinnovavano ogni tre anni, mentre ora si stanno cambiando per il triennio 2021-2023. Ma c’è un’ulteriore novità: questa volta la domanda non sarà fatta più in forma cartacea, ma on line.

Come si può inoltrare la domanda?

Ci si deve collegare all’indirizzo on line https://www.istruzione.it/polis/Istanzeonline.htm Questa scelta di fare ricorso ad una modalità on line è inedita. Anche se ci siamo già confrontati con una simile modalità per quanto riguarda le GPS graduatorie provinciali e di istituto per le supplenze. Non c’è dubbio che siamo di fronte ad una modalità più snella, risponde a bisogni diversi, è una forma che ha più rispetto dell’ambiente.

Quali le figure professionali interessate a questo aggiornamento delle graduatorie?

La graduatoria riguarda diverse figure: assistente amministrativo, assistente tecnico, cuoco, infermiere, guardarobiere, addetto alle aziende agrarie, collaboratore scolastico (gli ex bidelli). Si tratta di figure che ogni anno le scuole possono chiamare per supplenze annuali o temporanee.

Dunque tutto bene?

A dire la verità, dato che si tratta di una maniera inedita, sta creando anche una certa confusione, qualche interrogativo, diversi dubbi. Mettiamo quindi a disposizione le nostre sedi e la nostra consulenza gratuita per gli iscritti alla Cgil. Comunque, nel nostro portale http://www.flcgil.it/scuola web FLC Cgil nazionale e nella pagina Fb FLC Varese si possono trovare tutte le informazioni, oltre a un tutorial che spiega come inoltrare le domande.

Andrea Giacometti – Responsabile Ufficio Stampa Cgil Varese


ANDIAMO OLTRE I “DECRETI SICUREZZA”

E’ arrivata infine con la Legge n. 173 del 2020 la modifica dei due cosiddetti “decreti sicurezza”. Diciamolo subito: non una riforma ampia della vigente normativa su soggiorno, ingresso e allontanamento degli stranieri, né una riforma del diritto d’asilo, ma un sostanziale miglioramento di alcune delle norme introdotte dalle due precedenti leggi.

I principali aspetti positivi si concentrano sul ritorno a un sistema unico di accoglienza dei richiedenti e dei titolari di protezione, da realizzarsi attraverso la gestione degli enti locali, e il ripristino di un terzo status di protezione in attuazione di quanto previsto dall’articolo 10 comma 3 della Costituzione che così recita: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

La nuova forma di protezione, denominata “speciale” e non più “umanitaria” (parola ancora troppo scomoda), dovrebbe consentire di tornare alla precedente impostazione che legava la protezione umanitaria al rispetto degli obblighi internazionali e costituzionali dello Stato italiano.

Altra rilevante modifica, quella che prevede la non ammissibilità del respingimento o l’espulsione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi per ritenere che l’allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del rispetto del diritto della propria vita privata e familiare, a meno che esso non sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblica.

Altro aspetto rilevante della riforma dei cosiddetti “decreti Salvini” attuata dalla legge, riguarda il sistema di accoglienza: realizzando un nuovo sistema di accoglienza, rinominato SAI (Servizio di accoglienza ed integrazione), che succede al pessimo SIPROIMI, si torna a essere un sistema unico di “accoglienza diffusa” per richiedenti asilo e rifugiati. Agli enti locali viene riconsegnato un ruolo centrale poiché viene affidata a essi la gestione dell’accoglienza mentre i tristemente famosi centri prefettizi di accoglienza straordinaria, in genere grandi e degradate strutture-parcheggio, vengono ricondotti a un ruolo residuale di luoghi destinati alla sparizione o, solo se virtuosi, all’assorbimento nel nuovo sistema.

Tutto a posto quindi? NI! Il “nuovo” Servizio di Accoglienza ed Integrazione come il “vecchio”  nasce con un limite non di poco conto, ovvero l’assoluta volontarietà da parte dei Comuni nell’adesione al nuovo sistema di accoglienza. Lasciando alla sensibilità di alcuni e all’intolleranza di altri la realizzazione dei Centri. Vi sono ampie parti del territorio italiano nel quale i precedenti Centri di accoglienza non sono mai stati realizzati. Il sistema unico di accoglienza non solo non è mai stato unico, bensì è sempre stato minoritario rispetto al sistema di accoglienza straordinario e prefettizio, vero dominatore della scena.

Altre novità inserite nella riforma sono: l’ampliamento dei casi di convertibilità di permessi di soggiorno in permessi per lavoro; l’iscrizione anche per i richiedenti asilo all’anagrafe; il ripristino di un sistema di accoglienza e integrazione a cui possono accedere anche i richiedenti asilo). Novità che sono un segnale di un cambio di passo.

Riteniamo sia importante essere usciti dalla perversa logica introdotta dai “decreti Salvini” di considerare il salvataggio in mare una colpa da perseguire e non un dovere morale, peraltro, sancito dal diritto internazionale. E auspichiamo che la recente nomina al Viminale a sottosegretario del leghista Nicola Molteni, “padre” di quei “decreti sicurezza”, non riporti indietro le lancette del “diritto umanitario”.

Giancarlo Ardizzoia – Segreteria Cgil Varese

Jaques Amani – Dipartimento Politiche Migratorie.


DONNE E UOMINI, UN PUNTO DI VISTA MASCHILE

Affrontare, come uomini, il tema della violenza del maschile contro il femminile, evidenzia e fa emergere in tutta la sua drammaticità, che di questa violenza ne sono responsabili gli uomini, i maschi.

Dunque non si tratta di discutere in generale solo di violenza subita dalle donne ma anche e soprattutto di quella compiuta dagli uomini e noi maschi dobbiamo riconoscerlo.

Sarebbe già un passo significativo che in ogni ricorrenza e in ogni discussione non manchi mai questa sottolineatura.

E non basta la riduttiva spiegazione che questa violenza sia frutto di patologie, di perdita del proprio autocontrollo, di casualità di altra natura, ma che la violenza dell'uomo sulla donna è soprattutto storicamente culturale.

Di questa violenza, dalla notte dei tempi, i maschi si sono nutriti, fino a forgiarsi un'identità di genere di dominio, di conquista, di prevaricazione, di possesso di tutto ciò che sta loro attorno. Questo è accaduto in ogni tempo e in ogni cultura.

Ed è quest’assioma che noi cerchiamo di mettere in discussione e cambiare perché sentiamo che la violenza ci riguarda e cambiare, noi in primis, è possibile.

Da anni come gruppo uomini, ci interroghiamo su questa violenza, su come noi stessi siamo in relazione con il mondo che ci circonda e, ovviamente e conseguentemente, con l’universo femminile.

 Una riflessione profonda, intima e politica, dalla quale abbiamo tratto la convinzione che non possiamo più dire, semplicemente “io non c'entro, non sono così e dunque la questione non mi tocca” perché la violenza contro le donne s’iscrive in un simbolico maschile prepotente (la forza, la lotta, il dominio…) che comunque ci appartiene, che è come la lava di un vulcano che improvvisamente può eruttare.

Non poniamo il reato al centro della nostra discussione, sebbene sia palese nella sua violenza e di conseguenza affrontato e punito dalla legge, ma è quel magma che sovente ci portiamo dentro senza piena coscienza.

In questo magma si agitano le nostre fragilità, soprattutto quando impongono domande scomode. Domande che ci riguardano perché, troppo sovente leggendo le cronache, emerge una “patologia maschile di possesso”, quella che non accetta l'inalienabile e imprescindibile libertà femminile di concludere una relazione d'amore, senza che questa decisione della donna venga vissuta da parte di tanti uomini come sconfitta, perdita di proprietà, vergogna, orgoglio ferito, e apprendere che è possibile, pur nel dolore, percorrere altre strade (ognuno troverà la propria), ma nel rispetto della libertà altrui e facendosi coscientemente carico delle proprie responsabilità.

Se poi parliamo di violenza di genere dobbiamo considerare nel profondo e con sincerità molti aspetti che riguardano le nostre relazioni con le donne.

In questa ricerca “intima”, in questo esame di coscienza, ci dobbiamo soffermare su come alcuni nostri comportamenti, atteggiamenti, parole, non siano rispettosi e paritari, onesti nello stabilire le nostre effettive prevaricazioni, egoismi o altre dinamiche anche culturalmente maschiliste.

Queste barriere mistificano due libertà fondamentali: la nostra di uomini capaci di sentire ed esprimere, riconoscere e vivere il nostro mondo emozionale ed interiore e il riconoscimento delle stesse necessità delle donne e, soprattutto, delle difficoltà che, proprio a causa delle stereotipie culturali, devono quotidianamente affrontare.

Sul tema della violenza, infine, sentiamo la responsabilità di prendere la parola come uomini, una parola pubblica, che parta però da noi (non solo come esercizio intellettuale fine a se stesso), da questi nostri percorsi, ancora fragili ma autonomi, col desiderio di incrociarli con quelli già sperimentati, con lotta e sofferenza, dalle donne.

Con questi presupposti e contenuti, come associazione, lavoriamo da anni con progetti e percorsi di formazione nelle scuole medie superiore, affrontando il tema della violenza contro le donne; interveniamo, dove richiesto, nei luoghi di lavoro con percorsi di formazione specifici sulla contrattazione di genere, e collaboriamo con alcuni centri antiviolenza gestiti da donne su progetti specifici.

Alberto Villa – Associazione “E’ Possibile – Uomini contro ogni forma di  violenza – Rete Maschile Plurale”

epossibileAPS@gmail.com


INFORTUNI SUL LAVORO, QUANTO C’È DA FARE

Mercoledì 17 febbraio ha avuto luogo il coordinamento dei RLS CGIL Varese, con la partecipazione del Segretario CGIL Lombardia Massimo Balzarini, della Responsabile della Direzione Territoriale INAIL Varese Dott.ssa Santa Picone, del Direttore Responsabile Uoc Psal Ats Insubria Dott. Duccio Calderini e del Docente di Ingegneria della Sicurezza Lavoro e Ambiente dell’Università dell’Insubria Prof. Fabio Conti.

Risulta confermata la preoccupante incidenza degli infortuni sul lavoro in provincia di Varese nel 2020, con l’aggravante di quelli mortali derivanti dalla diffusione del virus Covid-19. Non diminuiscono, in ogni caso, gli infortuni lavorativi in genere, specialmente se rapportati alle effettive ore lavorate, nettamente inferiori all’anno precedente a causa del lockdown di marzo-aprile 2020 e delle ore di cassa integrazione utilizzate.

Numerose le questioni e domande poste dai RLS a INAIL e ATS, che hanno fornito interessanti spunti pur ribadendo la difficoltà derivante da indicazioni e normative in continuo divenire insieme all’evolversi continua della situazione pandemica.

Interessanti, poi, alcuni dati che stanno emergendo da un questionario on line creato dal Dipartimento Ambiente, Salute e Sicurezza della CGIL di Varese sull’applicazione del Protocollo condiviso del 14 marzo 2020 integrato il 24 aprile 2020 (i dati parziali riguardano 47 RLS di aziende dislocate sul territorio provinciale).

Dalle prime analisi si evince un’elevata percentuale di creazione dei Comitati di controllo previsti dall’art.13 del Protocollo condiviso, ma nel 10% dei casi il Comitato non è ancora stato creato a distanza di quasi un anno.

Più problematica risulta essere l’efficacia dei Comitati, che nel 38% dei casi non si è mai riunito o si è riunito solo all’atto della sua costituzione.

Il 34% delle risposte indica poi l’insufficiente o mancato coinvolgimento di RSA/U e RLS nei Comitati di controllo (nel 24% dei casi il coinvolgimento è scarso).

L’assenza di coinvolgimento di RSA e RSU nei Comitati, poi, è indicativa della parziale attuazione dell’art.13 del Protocollo, importante elemento di coniugazione tra sicurezza e organizzazione del lavoro.

Anche il rapporto con Datori di Lavoro e Dirigenti spesso non è costante e collaborativo sulle problematiche legate al Covid-19 (32% circa).

La figura del Medico Competente, poi, offre ulteriori spunti di riflessione: il 60% dei RLS che hanno risposto al questionario dichiara di avere scarsi o inesistenti rapporti di collaborazione con il Medico Competente relativamente alle problematiche legate alle misure preventive anti Covid-19 (elemento che ricorre spesso nelle testimonianze dei RLS nell’ambito più generale della prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro).

Sugli altri elementi contemplati dal Protocollo condiviso le cose vanno meglio, pur evidenziandosi problematiche nel 10% circa dei casi (formazione e informazione dei lavoratori, spazi comuni, distanziamenti, accessi, sanificazioni, disponibilità e adeguatezza dei DPI).

Per l’ennesima volta si rileva quanto difficoltoso sia il reale coinvolgimento dei lavoratori e dei loro Rappresentanti nell’ambito della prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro, pur costituendo un prezioso ed imprescindibile elemento per la tutela dell’integrità psicofisica dei lavoratori, della dignità e della qualità del lavoro e, infine, per la crescita qualitativa ed economica delle imprese.

A pieno supporto di lavoratrici, lavoratori e Rappresentanze dei lavoratori sul tema sicurezza è attivo presso la Camera del Lavoro di Varese lo Sportello Sicurezza, contattabile via e-mail all’indirizzo ambientesicurezzava@cgil.lombardia.it o telefonicamente (Ivano Ventimiglia 334-6867972 e Roberta Tolomeo 335-7416555).


BORDER, STORIE DI CONFINE E FRONTALIERI IN TV

Border. Storie di confine è un ciclo di 33 puntate trasmesse da Espansione TV e dedicate al mondo dei frontalieri, ai loro problemi, alle loro storie quotidiane, in onda tutti i mercoledì, alle ore 20, su Espansione TV, tasto 19 del telecomando.  Una serie di puntate televisive promosse da Cgil, Uil Frontalieri, Caf Acli, Cna del Lario e della Brianza.  In ogni puntata saranno approfonditi i temi più rilevanti per i lavoratori frontalieri: fiscali, previdenziali, sanitari.   Cuore del programma quei lavoratori che, in questa fase di pandemia, si trovano ad affrontare i disagi per due volte, perché vivono a cavallo tra il paese di residenza e il paese in cui lavorano.  Ogni puntata di “Border” proporrà interviste ai frontalieri, che racconteranno le loro esperienze, e vedrà in studio esperti su temi rilevanti quali: le normative sul lavoro frontaliero, le pensioni, il fisco, l’applicazione dei contratti. [a.g.]

Precedente

Prossimo