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Previdenza: un diritto tradito tra promesse elettorali e tagli sociali

Parlare di previdenza oggi non significa discutere soltanto di numeri o di compatibilità di bilancio. Significa parlare della tenuta democratica del Paese, del patto tra generazioni, dell’idea stessa di Stato sociale. Il futuro non è un costo da comprimere: è un progetto collettivo.

Un sistema previdenziale pubblico, universale e solidale è l’unico vero argine contro la povertà futura. Ma per sostenerlo servono lavoro stabile, salari dignitosi e giustizia fiscale. Il welfare si finanzia con la trasparenza e con una lotta seria all’evasione, non con la demagogia sulle tasse e con tagli lineari ai diritti sociali. Difendere la previdenza significa assicurare che nessuno venga lasciato solo quando smette di lavorare.

Per questo lo SPI CGIL rivendica con forza una riforma strutturale del sistema pensionistico. A partire da un punto essenziale: la certezza del diritto alla pensione. Oggi troppi lavoratori, soprattutto giovani, vivono nell’incertezza. Il sistema contributivo puro, legato a carriere discontinue e precarie, rischia di produrre pensioni povere o addirittura insufficienti. È per questo che chiediamo una pensione di garanzia per le nuove generazioni, capace di assicurare un assegno dignitoso anche a chi ha vissuto anni di precarietà, part-time involontari e bassi salari.

Accanto a questo serve flessibilità in uscita dal lavoro. Non è accettabile che l’Italia continui ad avere un’età pensionabile tra le più alte d’Europa senza distinguere tra lavori d’ufficio e mansioni fisicamente usuranti. Chiediamo la possibilità di uscita a partire dai 62 anni o con 41 anni di contributi, e un ampliamento reale del riconoscimento dei lavori gravosi e usuranti. Non tutti i lavori sono uguali, ma per questo Governo sembrano esserlo.

Un altro nodo decisivo è la rivalutazione delle pensioni. Non si tratta di una “mancia” concessa dall’esecutivo di turno. La rivalutazione è il riconoscimento del potere d’acquisto di chi ha versato contributi per oltre quarant’anni. È un diritto, non un bonus discrezionale. Ogni intervento che ne limita l’efficacia è uno scippo ai danni dei pensionati. Allo stesso tempo, chiediamo un rafforzamento delle misure di sostegno per le pensioni più basse, a partire dall’estensione della quattordicesima almeno fino a redditi annui di 12-15 mila euro.

Di fronte a queste proposte, il bilancio dell’azione del Governo Meloni–Salvini è chiaro: le promesse elettorali sono state tradite. In campagna elettorale avevamo ascoltato parole nette contro la Legge Fornero. Dopo tre anni, quella riforma non solo è rimasta intatta nel suo impianto, ma è stata resa ancora più rigida.

Quota 103 è stata trasformata in una trappola: il ricalcolo interamente contributivo comporta tagli che possono arrivare fino al 20% dell’assegno. Opzione Donna è stata svuotata e di fatto cancellata, ignorando il peso del lavoro di cura e le disuguaglianze che ancora colpiscono le lavoratrici. È ripartito il meccanismo automatico dell’adeguamento all’aspettativa di vita: dal 2027 l’età pensionabile si sposterà ancora in avanti. Nessun ampliamento delle categorie dei lavori gravosi, nessun confronto strutturato con le organizzazioni sindacali.

Si sono smantellate, nei fatti, le tutele conquistate con l’accordo del 2017 tra Governo e sindacati, che avevano introdotto elementi di equità e flessibilità. Oggi l’uscita dal lavoro è più incerta e più lontana.

Ma c’è un rischio ancora più grave: quello dei “nuovi esodati”. Migliaia di lavoratori hanno sottoscritto accordi aziendali per uscire anticipatamente con scivoli o incentivi, confidando nelle regole allora vigenti. Con il mancato rinnovo delle misure di flessibilità e il continuo cambiamento delle norme, queste persone rischiano di trovarsi senza stipendio e senza pensione per mesi, se non per anni. È inaccettabile che lo Stato rompa il patto con i cittadini quando sono già fuori dal mercato del lavoro. Non si può giocare con i progetti di vita delle persone per coprire i buchi di bilancio.

Nel territorio di Varese vediamo ogni giorno le conseguenze di queste scelte. Lavoratori disorientati, pensionati preoccupati, famiglie che non sanno programmare il proprio futuro. Come SPI CGIL continueremo a presidiare il territorio, lo Sportello Sociale, i Centri Anziani. Continueremo a informare, a mobilitare, a costruire consapevolezza.

La previdenza pubblica non è un capitolo di spesa: è un pilastro di civiltà. Difenderla significa difendere la coesione sociale, la dignità del lavoro, la sicurezza delle nuove generazioni. Su questo terreno non arretreremo di un passo.

Giacomo Licata – Segretario generale Spi Cgil Varese

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