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Pensioni 2026: una manovra insufficiente che scarica sui lavoratori il peso della previdenza

La Legge di Bilancio 2026 introduce alcune modifiche al sistema previdenziale, ma segna l’abbandono delle misure di flessibilità in uscita e rafforza l’orientamento verso la previdenza complementare. Si conferma l’assenza di una vera riforma strutturale e progressiva del sistema pensionistico, scaricando interamente sui lavoratori il costo dell’adeguamento previdenziale e affidando al mercato privato la garanzia di pensioni dignitose.

Quota 103 e Opzione Donna: nessuna proroga

Una delle novità più significative è la mancata proroga di Quota 103 e Opzione Donna, le misure che consentivano rispettivamente il pensionamento anticipato a 62 anni con 41 anni di contributi e l’uscita anticipata per le lavoratrici in condizioni di disagio.  La scadenza di questi strumenti di flessibilità rappresenta un arretramento significativo per i lavoratori, che si trovano di fronte a un sistema rigido centrato sulla pensione di vecchiaia (67 anni) e su quella anticipata ordinaria con 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 mesi per le donne).

Ape Sociale: unica misura confermata

Resta l’Ape Sociale, destinata a lavoratori in condizioni di disagio. Confermati i requisiti: 63 anni e 5 mesi con 30 anni di contributi (32 per edili) o 36 anni a seconda della categoria (disoccupati, caregiver, invalidi, addetti a mansioni gravose). Si tratta di una misura residuale, che copre situazioni estreme e lascia esclusa la maggioranza di chi chiedeva maggiore flessibilità.

Previdenza complementare: verso la privatizzazione

Sul fronte della previdenza integrativa, il limite di deducibilità fiscale dei contributi ai fondi pensione sale da 5.164 a 5.300 euro annui. Un incentivo che favorisce soprattutto i redditi medio-alti, mentre chi guadagna meno difficilmente può destinare risorse aggiuntive alla previdenza complementare.

Viene rafforzato il meccanismo del “silenzio-assenso” sul TFR: i neoassunti che non si esprimono entro sei mesi dall’assunzione, vedranno il trattamento di fine rapporto trasferito automaticamente ai fondi pensione.

Infine, dopo due anni di iscrizione, la posizione maturata nel fondo di previdenza complementare può essere trasferita ad altro fondo mantenendo il contributo del datore di lavoro, anche passando da un fondo chiuso (fondo negoziale destinato a specifiche categorie di lavoratori dipendenti di un determinato settore)  a uno aperto, gestito da banche e assicurazioni. La piena portabilità del contributo datoriale ridimensiona il ruolo della contrattazione collettiva: i fondi negoziali, rappresentati pariteticamente da lavoratori e imprese, rischiano di indebolirsi a vantaggio dei fondi aperti privati.

Alessandra Lo Biundo – Direttrice Inca Cgil Varese

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