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Lavoratori frontalieri, tassa salute un tema ancora aperto

Prima di entrare nel merito della questione, inizio da una buona notizia. E’ stato infatti riattivato lo sportello informativo per i lavoratori frontalieri, per offrire loro assistenza generale in merito alle norme fiscali, sicurezza sociale, e mercato del lavoro, con uno spazio dedicato presso la sede di “Informagiovani” di Varese: ogni martedì dalle ore 15:00 alle 17:30. Il servizio è gestito da noi, dalla CISL e dalla UIL, in collaborazione con il Comune, ed è attivo nella sede centrale di via Como.

Tuttavia, i temi aperti che gravano sui lavoratori frontalieri sono ancora tanti,  fra questi la “tassa sulla salute” che a momenti alterni, con maggiore o minore intensità,  continua ad animare la discussione lungo la linea di confine tra Italia e Svizzera.

Eppure qualcosa di diverso al riguardo c’è. Se prima si parlava di contributo e solo noi, insieme ai sindacati svizzeri,  la riportavamo nel giusto alveo interpretativo definendola “una tassa di fatto”, oggi,  dopo circa due anni e mezzo, si sono aggiunti anche altri che utilizzano il termine “tassa della salute”  per parlare del tema. Così infatti l’ha definita C. Vitta, Presidente del Consiglio di Stato e direttore del DEF,  in riferimento all’argomento e alla sua proposta di agire sulla riduzione dei ristorni.

Ma che di “tassa” si tratta sembra essere ormai inequivocabile. Tanto più,  che qualora venisse applicata, questa imposta agirebbe sul salario, costituendo un prelievo continuativo e non un prelievo  “una tantum”.

E tuttavia, nella volontà di applicarla, non tutte le regioni stanno reagendo allo stesso modo – per es. il Piemonte VCO, pur essendo a stessa guida politica della Lombardia, ha già dichiarato che non la applicherà. La Valle d’ Aosta presenta lavoratori frontalieri di tipo diverso e quindi non viene propriamente toccata. Di conseguenza l’unica regione di fatto è la Lombardia che continua a dire che l’applicherà.

Una tassa che è entrata in vigore da circa due anni e tre mesi, che è stata inserita nella Finanziaria del ’23 entrata in vigore nel ’24,  rinforzata ancora nella finanziaria del ’24 con vigenza ’25 e ancora non è stata applicata. Vien da dire che il contrasto esercitato da noi tutti contro questa tassa può considerarsi a tutti gli effetti positivo.

Inoltre, il decreto attuativo uscito a dicembre prima di Natale si potrebbe definire “semiattuativo”, perché riporta il contenuto della legge dentro un decreto ed assegna alle regioni le modalità applicative senza stabilire aspetti essenziali. Solo per citarne alcuni,  si fa riferimento ad una certa progressività fiscale che tenendo conto dei carichi oscilla tra il 3% ed il 6%,  ma non definisce quanti debbano essere i figli a carico per applicare le aliquote effettive.

Un altro elemento particolarmente sconsiderato riguarda il periodo di riferimento dell’imposta: il Decreto stabilisce infatti che l’incasso dovrà avvenire con riferimento al reddito del 2024, introducendo di fatto una richiesta retroattiva.

Infine, il pagamento dovrebbe avvenire probabilmente tramite una piattaforma online basata sull’autocertificazione del reddito e l’intero impianto applicativo si fonderebbe pertanto su dichiarazioni individuali, con evidenti criticità operative e giuridiche.

In tutto questo,  noi continiamo ad intravedere dei profili di incostituzionalità che sono sostanzialmente tre:

1. la reintroduzione della doppia imposizione – secondo il trattato i salari devono essere imposti alla fonte, con la nuova tassa verrebbero trattati doppiamente  il che significherebbe tassare due volte lo stesso salario in Svizzera e in Italia. Cosa che è vietata in tutti gli Stati OCSE,  Svizzera compresa.

2. la seconda questione riguarda l’universalità della sanità pubblica: l’art. 32 della Costituzione cita in modo molto chiaro che c’è il diritto ad un trattamento sanitario minimo in relazione non al proprio reddito, ma in relazione al fatto di essere cittadini italiani ed europei di conseguenza.

3. l’ art. 117 cita gli obblighi internazionali. Quando si fa un accordo con un altro Paese, è fuor di discussione che non lo si violi il giorno dopo. Sembra alquanto evidente.

In questa vertenza non siamo impegnati solo noi: ci sono anche i sindacati svizzeri e non solo ticinesi.  Non solo UNIA, OCST, ma anche SINAC e, qualora venisse applicata la posizione comune, è quella di impugnarla davanti alla Corte costituzionale. Sempre che un’aria di buon senso, non spiri anche verso Regione Lombardia.

Situazione controversa e tutt’altro che chiusa.

Mimma Agnusdei – Segreteria Cgil Varese

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